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6
novembre
2009

I giudici di questi tempi sono invocati da tutti per salvare i mali italiani, in qualunque parte essi proliferino.
Dopo i magistrati al potere, col governo dei giudici instaurato da quelli di “Mani pulite”, è ora la volta dei Giudici in Scena?
Forse sì, nel “Teatro Italiano Inesistente”(Dario D’Ambrosi). Anzi  l’affermativa è d’obbligo anche perché l’ultimo della “malefica covata”, lo scrivente, si aggrappa a una robusta tradizione di giudici drammaturghi.
Intanto non è un caso che uno dei maggiori esponenti della drammaturgia italiana di questo secolo, insieme a Pirandello e a Eduardo, sia un giudice: Ugo Betti.
La verità è che il fondamento giuridico del teatro ha una radice assai lontana.
Se la schiera dei giudici drammaturghi italiani ha come immediato precedente storico l’insigne avvocato Carlo Goldoni, bisogna risalire al mondo greco per avere un po’ più di luce sull’argomento.
Già Menandro aveva intuito la gravidità teatrale della vita giudiziaria. Il maggior rappresentante della “commedia attica nuova” descrisse l’uomo nella vita di tutti i giorni, traendolo soprattutto dalla vita forense. I suoi personaggi parlavano di leggi, s’intendevano di diritto, insomma producevano i dibattiti cui ogni giorno si può assistere in tribunale.
Nel fondo in tutti i tempi Teatro e Processo s’identificano in quanto hanno in comune un’azione e un giudizio  che si esprimono in uno spazio ristretto: rispettivamente  il Teatro-Edificio e il Palazzo di Giustizia, che per essere impregnati di magia sono assai vicini al Tempio Sacro.
Il rito, mentre dà ritmo temporale sia al processo che all’azione scenica, richiama l’origine numinosa di entrambi, ricollegando il lavoro dei giudici e dei teatranti a quello degli Dei, dei Sacerdoti, dei Maghi.
Ritornando ai giudici drammaturghi italiani del 1900,  essi fanno parte di una schiera di ben 130 magistrati scrittori che si sono espressi nelle forme letterarie più disparate. Un’onda di ius-teatranti che tende vistosamente ad espandersi con autori di spicco, utilizzando il “processo” come forma teatrale per eccellenza.
I giudici hanno  a disposizione il processo, che di per sé è già  altamente letterario come forma strutturale, rappresentando l’architettura teatrale per lo svolgersi dei più diversi casi. Il teatro, infatti,  è proprio la scena dove l’autore processa i casi umani, facendo entrare e uscire gli attori. I personaggi di Pirandello dicono al pubblico:”Sia qua come un tribunale che si senta e che ci giudichi” .
Il processo è vita, nel senso che fa parte della vita, vi incontriamo l’intera umanità; “<…>ogni volta che un uomo incontra un altro uomo o un gruppo di uomini, ogni volta che un uomo parla ed agisce, sempre, assolutamente sempre, quell’uomo viene processato<…> per un giudizio di credibilità, onorabilità, eticità<…>Noi siamo eternamente riguardati da mille occhi” .
Nel teatro processuale capostipite fu Ugo Betti ,  seguito a ruota da Vico Faggi, maestro del “teatro dibattimentale” . Più specificamente  Faggi, nella ricostruzione del Processo di Savona celebrato contro Parri, Rosselli e altri  antifascisti, si avvalse della sua esperienza di giudice per riformulare dall’interno l’azione giudiziaria sulle scene .
Dante Troisi ha trasfuso nelle sue esperienze teatrali il senso drammatico di un’esistenza frammista a un’angoscioso connubio tra religiosità e giustizia, entrambe perennemente sfuggenti .
Una pièce teatrale sul tema della mafia elettorale ha composto Luigi Grande . Mario Berutti ha riciclato un caso di separazione legale in commedia ad intreccio e un caso di oltraggio al pudore scatenato da un bacio dato nel giardino pubblico in un atto drammatico . L’opera satirica di Michelangelo Russo  Camorropoli (La crisi delle istituzioni in una satira scritta da un magistrato inquirente) fu scritta come copione per una riuscita serie di spettacoli teatrali, rappresentata col titolo “Apparenze di Stato”, al Teatro dell’Orologio di Roma nel 1984 .
Infine lo scrivente ha composto un numero cospicuo di opere teatrali uroboriche, pregne di dramma frammisto a spettacolarizzazione e a realismo magico, non disdegnando l’utilizzo in toto o in parte del teatro-processo .
Su tutti questi atti di trasposizione drammaturgica incombe il senso di una fatalità, quella stessa greca, contro cui non si può che innalzare un coro  finale di attonito stupore degli esseri, alle prese col problema stesso del libero volere, preliminare all’asserzione di una responsabilità umana.
Il dramma in sé del giudice è proprio quello di dover predicare nella vita quotidiana di sfornasentenze una libertà dell’agire che l’esplorazione profonda dell’animo umano, da drammaturgo, continuamente gli nega.
Il guaio di chi salga sul carro di Tespi è che prima o poi, giudice o barbone artista che sia, vi debba ridiscendere, perdendo nel becero quotidiano il contatto con l’unica forma reale di estasi laica rimasta. Quella con la Dimensione dell’Estetica Scenica.


I giudici di questi tempi sono invocati da tutti per salvare i mali italiani, in qualunque parte essi proliferino.

Dopo i magistrati al potere, col governo dei giudici instaurato da quelli di “Mani pulite”, è ora la volta dei Giudici in Scena?

Forse sì, nel “Teatro Italiano Inesistente”(Dario D’Ambrosi). Anzi  l’affermativa è d’obbligo anche perché l’ultimo della “malefica covata”, lo scrivente, si aggrappa a una robusta tradizione di giudici drammaturghi. (continua…)

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By: Gennaro Francione
Categoria TEATRO e GIUSTIZIA
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