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DON’T DREAM YOUR LIFE…

LIVE YOUR DREAMS

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21
marzo
2011

La Giornata Mondiale della Poesia è stata istituita dalla XXX Sessione della Conferenza Generale UNESCO nel 1999 e celebrata per la prima volta il 21 marzo seguente. La data, che segna anche il primo giorno di primavera, riconosce all’espressione poetica un ruolo privilegiato nella promozione del dialogo e della comprensione interculturali, della diversità linguistica e culturale, della comunicazione e della pace.
L’UNESCO negli anni ha voluto dedicare la giornata all’incontro tra le diverse forme della creatività, affrontando le sfide che la comunicazione e la cultura attraversano in questi anni. Tra le diverse forme di espressione, infatti, ogni società umana guarda all’antichissimo statuto dell’arte poetica come ad un luogo fondante della memoria, base di tutte le altre forme della creatività letteraria ed artistica.
La Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO celebra l’edizione 2011 della Giornata della Poesia, in collaborazione con il Premio Letterario Internazionale Mondello sostenuto dalla Fondazione Banco di Sicilia, con un evento inaugurale dal tema “Destini della poesia: cultura letteraria della memoria e incontro di diversità culturali” in sintonia con le indicazioni dell’UNESCO. (continua…)

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By: Antonio Pisilli
14
giugno
2010

“Io non permetto che il bene, da chiunque di voi, maschio o femmina,
sia stato fatto vada perduto. Tutti voi siete uguali”(Corano 3: 195) (continua…)

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By: Anna Lucia Loscialpo
11
novembre
2009

Uno dei passaggi fondamentali della Torah, per i nostri fratelli ebrei, è lo Shemà: pochi versetti del Deuteronomio, al capitolo 6, che nel contesto biblico fanno parte del discorso di Mosè al suo popolo, subito dopo aver ricevuto le tavole dei comandamenti. Leggeteli piano piano, con calma:
“Ascolta, Israele: il Signore, il nostro Dio, è l’unico Signore. Tu amerai dunque il Signore, il tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima tua e con tutte le tue forze. Questi comandamenti, che oggi ti do, ti staranno nel cuore; li inculcherai ai tuoi figli, ne parlerai quando te ne starai seduto in casa tua, quando sarai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, te li metterai sulla fronte in mezzo agli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle porte della tua città”.
È un brano su cui ho pregato parecchie volte, perché mi spiega in poche righe tutto il senso della testimonianza di un credente. Che inizia, come potete leggere, dall’adesione personale: la legge di Dio, spiega Mosè ai suoi, deve innanzitutto “stare nel cuore”, cosa che a molti teofurb presenti in Parlamento non è ancora chiara. Da monsignor Calderoli in giù, per tanti di loro la fede è, nel migliore dei casi, una tradizione culturale: non dunque una verità da cercare in profondità, e quindi da proporre, ma piuttosto un’arma da brandire. Come mi disse quel mio collega della Lega, parlando proprio dei crocifissi: “Da noi non li toglieremo mai, perché dobbiamo appenderci i musulmani”. Oggi la Carfagna si è dimostrata più raffinata di lui, parlando della sentenza della Corte europea per i diritti umani, ma la linea è sempre quella: “Il problema non è il crocifisso, ma il burqa”. Smascherate le posizioni strumentali, comunque, la domanda resta: è giusto o no togliere il crocifisso dalle scuole? Ritorno al Deuteronomio: dopo aver inchiodato al cuore i suoi valori, un credente se li deve legare ai polsi e mettere come pendagli in mezzo agli occhi (gli ebrei ortodossi lo fanno tuttora), perché la scelta del cuore sia visibile anche all’esterno. Come la fede nuziale che portiamo al dito, come il tilaka (la goccia rossa) sulla fronte delle donne indiane sposate, come appunto il velo in testa o il crocifisso al collo: tranne i politici francesi che approvarono la nefasta legge sulla laicità, mi pare che nessuno consideri tutte queste manifestazioni del proprio essere un attentato alla libertà degli altri. “Li scriverai sugli stipiti della tua casa”, dice il Deuteronomio, ed anche qui spero che nessuno abbia nulla da obiettare, ma poi aggiunge “e sulle porte della tua città”. Su cosa voglia dire, per un credente, scrivere i propri valori sulle porte della città si potrebbe discutere parecchio; potrebbe significare tappezzare di santini i segnali stradali (anziché “Comune denuclearizzato”, che tra l’altro non è un granché, ci si potrebbe mettere roba tipo: “Comune consacrato al cuore di Maria”), e forse la maggioranza attuale lo farebbe pure; potrebbe anche voler dire qualcosa di più profondo, e cioè fare in modo che, già dall’esterno (le porte, appunto), la propria società (la città) sia riconoscibile per i valori in cui crede: sia riconoscibile, cioè, per la felicità dei suoi abitanti, per l’accoglienza verso gli stranieri, per la carità che domina i rapporti umani. Invece, scriveva Isabella Bossi Fedrigotti sul Corriere della sera del 30 aprile scorso, parlando dell’infelicità dei giovani, in Italia sta accadendo tutto il contrario:
“La famiglia, nonostante il gran parlare che se ne fa, è oggi più debole che mai. Oltre a essere spesso dimezzata, per cui i ragazzi sono privi della costante ed equilibrante presenza di entrambi i genitori, non è più come un tempo affiancata e sostenuta nel suo magistero dagli insegnanti e da altre figure di educatori come, per esempio, i parroci, per ragioni che a volte risalgono paradossalmente proprio alla famiglia. Se, infatti, padri e madri – come spesso succede — prendono sistematicamente le parti dei figli contro maestri e professori, è difficile che si crei quell’alleanza di intenti preziosa per l’educazione. E rinunciare a qualsiasi forma di istruzione religiosa è, ovviamente, una scelta rispettabilissima, che però priva la famiglia di un supporto non indifferente. Moltissimi sono naturalmente i padri e le madri forti abbastanza per farcela da soli a insegnare ai figli cos’è bene e cos’è male, ma molti sono anche quelli che, invece, non ce la fanno”.
Sono sicuro, dunque, che un crocifisso in più o in meno non risolva il problema: non è questo il punto. “Qualche volta il buonsenso finisce per essere vittima del diritto”, ha commentato oggi Pierluigi Bersani, aggiungendo che “un’antica tradizione religiosa non può essere offensiva per nessuno”, ed io la vedo allo stesso modo: ci vedo pure il rischio che, con la pretesa del politically correct, d’ora in poi non passerà più nulla che non sia asettico, neutrale. Che finiremo come in Gran Bretagna, dove sui biglietti di Natale non trovi più scritto buon Natale, per non offendere nessuno, ma “Season’s greetings“. Sbrigatevi a togliere quel crocifisso, allora: io non farò le barricate davanti a Montecitorio e voi mi direte che ho dato prova di laicità. Poi, però, dovrete pure spiegarmi che cosa ci avrà guadagnato l’Italia.

Uno dei passaggi fondamentali della Torah, per i nostri fratelli ebrei, è lo Shemà: pochi versetti del Deuteronomio, al capitolo 6, che nel contesto biblico fanno parte del discorso di Mosè al suo popolo, subito dopo aver ricevuto le tavole dei comandamenti. Leggeteli piano piano, con calma:

“Ascolta, Israele: il Signore, il nostro Dio, è l’unico Signore. Tu amerai dunque il Signore, il tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima tua e con tutte le tue forze. (continua…)

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By: Andrea Sarubbi
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