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DON’T DREAM YOUR LIFE…

LIVE YOUR DREAMS

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3
novembre
2011

Ogni civiltà attraversa dei tempi oscuri, in cui pare che trionfino solo i malvagi, gli sfruttatori. Ma questo non è un motivo per dire che non esistono più profeti o testimoni.“ (Martini C.M., Il comune sentire, 2011).

Talvolta accade che, tra le tante cose di cui siamo soliti riempirci le giornate, la nostra azione ceda il passo alla pausa, alla riflessione su alcuni argomenti che solitamente definiamo come “temi dell’esistenza”.

Spesso ci capita così di discuterne con parenti, amici oppure colleghi, e trovarci improvvisamente dentro a flussi di coscienza in cui, come quando da bambini si giocava, ci si chiede un perché. Ma non è solo un perché e basta, allorquando ad ogni risposta segue la richiesta di un altro perché, così via fino a raggiungere una certa profondità di pensiero dove, anche se partiti da argomenti disparati, approdiamo ai quesiti fondamentali:

“Perché esisto”?

“Qual è il fine ultimo di questa esistenza”?

In questo breve articolo, cercheremo di capire cosa significa voler progettare qualcosa e perché il farlo ci renda in parte simili a Dio (o forse renda Dio simile a noi).

 

Tra fede e scienza: Perché esisto [1] ?

 

L’Uomo, non riuscendo a trovare un fine ultimo, cioè definitivamente soddisfacente, alla propria esistenza, da sempre cerca di formulare la risposta seguendo due sostanziali vie:

  • accetta, nonostante la presenza in questa accettazione di paure e dubbi, ciò che la sua fede gli propone (compito apparentemente facile);
  • oppure, dichiarandosi scevro da influenze religiose, facendo appello ad atteggiamenti fideistici che considerano la ragione umana una sorta di strumento ultimo per la comprensione di tutto, fissa alcuni obiettivi di vita e di ricerca, con i quali attribuire un senso all’esistere nel e per il presente (compito non facile).

E’ soltanto con l’avvento dell’Umanesimo e del Rinascimento che l’Uomo occidentale si avvia a considerare seriamente la seconda di queste possibilità. Con Giordano Bruno e successivamente con Galileo Galilei si pongono le fondamenta del sapere scientifico e Giancarlo Costabile ci evidenzia come Giovanni Gentile ritenga “(…) che tutti i protagonisti dell’epoca pongono l’accento sul potere dell’uomo derivante dal pensiero: egli è un secondo Dio” (Costabile G., 2005:78).

Se quindi sapere è potere, si procederà, nella storia della filosofia occidentale, verso la formulazione necessaria di filosofie positive, postulando la presenza di un Homo Sapiens sapiens come unico artefice del proprio destino, indipendente da Dio e da ogni forma di sapere che non sia quello scientifico della razionalità umana, del verbo umano.

Un ruolo importante in questo contesto evolutivo è quello di Feuerbach, che ne “L’essenza del cristianesimo” afferma come nel rapporto che noi stabiliamo con le divinità non è Dio a creare l’Uomo, ma è l’Uomo a creare l’idea di Dio (Feuerbach L., 1981).

Più tardi ancora Nietzsche affronta più approfonditamente l’argomento, formulando la teoria della morte di Dio e quella del Superuomo. In effetti, quest’ultimo ha compreso di essere l’unico a dare un senso alla propria vita, dicendo sì alla vita e al mondo (Nietzsche F., 1992). Nello stesso tempo però, Nietzsche riconosce che la perdita di Dio è una tale fonte di dolore, un ostacolo così grande, da fargli supporre che forse non valga la pena di diventare un Superuomo, che di fatto rimarrebbe solo con le proprie idee, emarginato dalla società, con un disagio esistenziale evidentemente troppo forte.

Osserviamo ora, in ottica antropologica ed evolutiva, la capacità del tutto umana di trattare il mondo, e le relazioni che in esso si attuano, utilizzando il logos, ossia la parola che crea, identica (ma solo parzialmente) a quella divina con la quale Dio crea il mondo nella Genesi di Giovanni (Gv, 1,1). Si vedrà allora che è legittimo supporre che per colmare il divario tra noi e il divino si possa fare appello alla capacità cosciente del costruire, ossia di progettare la messa in opera di una idea. Una idea che può essere mimetica, ossia imitare ciò che raccoglie come dato sensibile dalla realtà che circonda l’Uomo, oppure una idea che sostanzialmente crei qualcosa che ancora non è presente della realtà.

Secondo tale interpretazione, ogni azioni umana, anche quando sembra essere una semplice realtà indipendente da noi, come la registrazione di un suono-richiamo di qualche usignolo, acquista invece il carattere di una vera e propria creazione, instillando in noi la supposizione di essere, anche se in misura ridotta, un po’ come quel Dio che ha creato il mondo dal nulla.

Ci sembra che questo atteggiamento, indispensabile al logos per giustificare la sua stessa utilità in vita, possa configurarsi come un parziale rispecchiamento dell’ atteggiamento divino che ogni cultura ha in qualche modo ritenuto essere tipico del mondo metafisico. In sostanza, sembra che l’azione creatrice umana evidenzi una specie di appartenenza ultra sensibile, senza della quale, molto probabilmente, nemmeno il logos avrebbe avuto possibilità di manifestarsi. Per fare un esempio banale, si pensi all’azione creatrice svolta da Benjamin Franklin con il suo studio e successiva scoperta delle lenti bifocali: i miopi avrebbero un numero infinito di difficoltà nella vita di ogni giorno che non consentirebbero loro la possibilità di controllare a pieno il proprio rapporto con lo spazio.

Ecco perché, nella ripetizione ed affinamento di quest’azione creatrice, durante i millenni dell’evoluzione umana, corroborati dalla coscienza e dal linguaggio, siamo giunti oggi a confondere la nostra creatività con qualcosa che ci fa credere di essere molto simili al Dio che abbiamo scelto, ideato e pensato. In sostanza, oggi l’Uomo si sente sempre più simile a Dio proprio per la maggiore capacità che ha assunto ed affinato di controllo del e sul mondo.

Il ragionamento che abbiamo espresso non è però finalizzato a questa ultima presa di coscienza, quanto a spiegare un ulteriore atteggiamento umano di fronte alla potenzialità creatrice che l’Uomo stesso possiede e quella invece di natura divina. In altre parole, possiamo tranquillamente affermare che sia la nostra creatività, intesa come azione che interviene sul e nel mondo, a fornire il pre testo per alterare la nostra coscienza al punto tale da credere di controllare, veicolare e indirizzare qualsiasi cosa con la ricerca, con la scienza, in sostanza con il sapere.

E di questo sembriamo essere tutti convinti … Ma ne siamo proprio sicuri? Ossia, crediamo che gli esseri umani che hanno alle spalle qualche anno di vita possano continuare a credere in una scienza cosi fideisticamente intesa, ossia una scienza che un giorno darà ragione di tutto quello che è nel mondo e accade in esso?

Io penso di no, anzi sono proprio certo che questa fede scientifica non porterà proprio da nessuna parte. E credo di non sbagliarmi, proprio sulla base della storia della cultura orientale e di parte del nostro medioevo, come di tutte le culture iniziatiche che ci hanno preceduto, i cui epigoni ancora convivono in alcune espressioni dell’Occidente industrializzato.

Vi sono sapienti che non agiscono più, che non costruiscono più cattedrali né si affidano al linguaggio per creare. Sono gli uomini del silenzio e le donne dell’attesa, ossia quelle persone che hanno individuato in una apparente non azione il luogo effettivo in cui si entra nel mistero insondabile dei perché iniziali, quelli di cui abbiamo parlato anche noi.

Ecco perché i saggi non parlano più, o lo fanno per metafore e parabole: non costruiamo nulla noi uomini, ma possiamo solo assemblare quello che già è dato indipendentemente da noi, mentre potremmo forse costruire la nostra esistenza nel momento in cui imparassimo a disegnarla, sapendo che i confini del nostro foglio non dipendono da noi.

Forse, in questo caso, e solamente in questo, avremo una scienza alla ricerca veramente del benessere umano, e non, come spesso accade, al servizio della soddisfazione merceologica oppure della personale gratificazione megalomane.

.

Prof. Alessandro Bertirotti

 

Note

[1] Questa domanda potrebbe indurre il lettore a credere nella presenza di una certa personale superbia, ma in realtà non cercheremo affatto qui di dare una risposta ad un quesito così assoluto e importante, quanto piuttosto di proporre, con la dovuta modestia, una opinione, un punto di vista, una chiave di lettura che chi scrive ha formulato durante i propri studi e la propria vita.

Bibliografia

BERTIROTTI A., LAROSA A., 2005, Umanità abissale. Elementi di antropologia secondo una prospettiva bioevolutiva e globo centrica, Bonanno Editore, Acireale-Roma.

FEUERBACH L., 1981, Essenza della religione, Laterza Editore, Roma-Bari.

MUSIO G., 1995, La mente culturale. Struttura della cultura e logica della organizzazione della mente, Università di Firenze, Firenze.

NIETZSCHE F., 1992, Così parlò Zaratustra. Un libro per tutti e per nessuno, Adelphi Editore, Milano.

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By: prof. Alessandro Bertirotti

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3 commenti a: “L’azione che non fa”

  1. Livia De Pietro: 3 novembre 2011 | 13:28 |

    Si dovrebbe operare un tipo di apertura di ritorno al passato o ad esperienze diversificate del passato per prendere ad esempio il meglio della nostra tradizione. Si dovrebbe ricordare che negli anni settanta ci fu nella società civile un afflusso di intellettuali validi, freschi, creativi ed articolati nelle varie aree culturali ai quali furono riservati impegni e compiti importanti sia nella elaborazione della linea, delle politiche settoriali, della rappresentanza culturale e politica, in modo così pregnante che le forze intellettuali si sentirono trascinate a tutti i livelli, caddero steccati in modo inimmaginabile e si respirò l’ebbrezza del nuovo. Oggi non è più così, proprio perchè “i saggi non parlano più, o lo fanno per metafore e parabole”.

  2. Alessandro Bertirotti: 4 novembre 2011 | 10:04 |

    Carissima Livia,
    è vero. Vi è stato un periodo illuminato dalla solidarietà in passato, all’interno del quale ci siamo sentiti molto più uniti come uomini che più disuniti, come “potere”. Ma poi? Dove sono finite quelle speranze, in quali cattedrali laiche abbiamo depositato i nostri sogni? In quali famiglie abbiamo continuato a dialogare con i nostri figli, allontanandoli dall’uso ossessivo-compulsivo della play station? La piramide di allora è la stessa di oggi, come se la storia non insegnasse nulla a nessuno, mentre sono cambiati solo gli abitanti della base e dei vertici. Chi era allora alla base è ora ai vertici, mentre chi era allora ai vertici oggi non c’è più, perché deceduto oppure nascosto. In questa situazione, è vero che dovrebbero parlare ancora i saggi e penso che in effetti lo facciano, ma ora, grazie alla tecnologia mediatica, potremmo ascoltare anche i loro silenzi. Hanno deciso di non parlare più attraverso i soliti canali della presenza televisiva, mentre continuano a parlare qui, come noi… che non siamo saggi, ma, certo, desideriamo diventarlo, e con le nostre parole. Che poi, in fondo in fondo, sono quelle di tutti.

  3. Elisabetta-Polatti: 6 novembre 2011 | 16:43 |

    Carissimo Alesandro, la tematica che hai introdotto è quanto mai attuale e le tue riflessioni vanno alla radice del malessere che attraversa il nostro tempo ..Occorre un nuovo umanesimo fermo tenace umile ma pieno d’ardore perchè consapevole di non essere che il portavoce di una tradizione sapienzale che ci viene dal profondo di noi, dal mistero che siamo.

    “Io penso di no, anzi sono proprio certo che questa fede scientifica non porterà proprio da nessuna parte. E credo di non sbagliarmi, proprio sulla base della storia della cultura orientale e di parte del nostro medioevo, come di tutte le culture iniziatiche che ci hanno preceduto, i cui epigoni ancora convivono in alcune espressioni dell’Occidente industrializzato.

    Vi sono sapienti che non agiscono più, che non costruiscono più cattedrali né si affidano al linguaggio per creare. Sono gli uomini del silenzio e le donne dell’attesa, ossia quelle persone che hanno individuato in una apparente non azione il luogo effettivo in cui si entra nel mistero insondabile dei perché iniziali, quelli di cui abbiamo parlato anche noi.

    Ecco perché i saggi non parlano più, o lo fanno per metafore e parabole: non costruiamo nulla noi uomini, ma possiamo solo assemblare quello che già è dato indipendentemente da noi, mentre potremmo forse costruire la nostra esistenza nel momento in cui imparassimo a disegnarla, sapendo che i confini del nostro foglio non dipendono da noi.” Grazie dei tuoi pensieri

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