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11
settembre
2011

Sta per avviarsi un nuovo anno scolastico, che molto verosimilmente sarà segnato ancora una volta da carenze e disfunzioni a livello normativo e organizzativo. Fra tagli, caro libri e classi ghetto, certamente non mancheranno le polemiche politiche e le proteste di piazza di quanti dell’istituzione educativa per eccellenza dovrebbero essere i principali fruitori: le famiglie e i giovani. Genitori e studenti, assieme ai lavoratori della scuola, non potranno quindi che dare battaglia, ben consapevoli che difficilmente potranno ottenere qualcosa di più del semplice ascolto da parte delle istituzioni, in un frangente di crisi complessiva che rischia di infiammare la nostra società per le questioni legate innanzitutto all’economia e al lavoro.

Le prime avvisaglie del caos che regna nell’istruzione si sono già registrate in questa estate, con lo sciopero della fame dei precari siciliani e con numerose assemblee degli studenti che hanno annunciato il ritorno in piazza il prossimo 7 ottobre. Le associazioni dei consumatori, invece, puntano il dito contro l’aumento del prezzo dei libri di testo. Un’indagine di Adiconsum ad esempio, denuncia che in più della metà delle classi superiori sono stati sforati i tetti di spesa previsti dal ministero dell’Istruzione, suggerendo l’introduzione della deducibilità fiscale per l’acquisto dei libri. Il Codacons, dal canto suo, stima che quest’anno le famiglie italiane spenderanno circa l’8% in più per mandare i figli a scuola. Tanto che già fioccano le iniziative alternative, come i mercatini dell’usato organizzati dagli studenti o la corsa all’affare su e-Bay.

Il timore del calo delle vendite, ha indotto la Federazione nazionale dei cartolai a proporre un kit contro il caro prezzi: zainetto, astuccio e cancelleria varia a poco meno di 20 euro. Sul sito Contribuenti.it si pone invece l’accento sull’irrisolto problema dell’edilizia scolastica: due scuole su tre non sono a norma e necessitano di una messa in sicurezza. Insomma, al netto di ogni gratuito piagnisteo, pare davvero che per la Gelmini non saranno mesi tranquilli. Proprio il ministro ha forse scatenato il dibattito più acceso di questi giorni di vigilia delle attività didattiche, intervenendo per bloccare la “classe ghetto” di una scuola primaria di Milano, composta solo di alunni stranieri.

Una misura caduta proprio mentre venivano diffusi, dalla Fondazione Leone Moressa, i dati sugli studenti stranieri iscritti alla scuola pubblica italiana nel 2010. Ebbene, l’anno scorso questi sono stati quasi 675 mila, pari al 7,5% del totale e in crescita del 7% rispetto alla rilevazione precedente. Si tratta di ragazzi che frequentano prevalentemente gli istituti tecnici e professionali i quali, pertanto, aspirano a titoli di studio più modesti rispetto ai compagni italiani: di loro, infatti, appena uno su tre vorrebbe laurearsi.

Complessivamente, sono le classi elementari a registrare la maggiore incidenza degli alunni stranieri sul totale degli iscritti, con l’8,7%. Seguite dalla scuola secondaria di primo grado con l’8,5%, dalla scuola dell’infanzia con l’8,1% e da quella secondaria di secondo grado con il 5,3%. Quest’ultima, a dispetto della cifra attuale, è quella che cresce ai ritmi maggiori: +123,5% nell’ultimo quinquennio. Tranne qualche eccezione per la scuola dell’infanzia, la quasi totalità degli alunni stranieri frequenta istituti pubblici.

Guardando alla loro distribuzione demografica, il maggior numero di studenti stranieri si registra a Milano, Roma, Torino e Brescia. Il capoluogo lombardo vanta l’incidenza più alta in assoluto fra le città: 11.096 iscritti alla scuola dell’infanzia, 18.753 alla primaria, 11.244 alle medie e 12.203 alle superiori. Per quel che riguarda le province, quelle più ricche di studenti stranieri sono Prato, Mantova e Piacenza.

Dall’analisi emerge anche che il 5,1% di tutti gli studenti quindicenni intervistati (individuati come parametro medio di valutazione) è straniero: il 3,9% di prima generazione e l’1,1% di seconda. Tra i primi, la maggior parte è arrivata in Italia dopo aver compiuto il nono anno di età (il 25,3% dai 9 agli 11 anni, il 23% dai 12 ai 14 anni e il 2,4% a 15 anni compiuti), accedendo quindi in età già avanzata al nostro sistema scolastico.

Fra le tante differenze che intercorrono fra gli alunni italiani e stranieri, spiccano in particolare quelle riguardanti l’aspirazione al titolo di studio: i primi pensano di conseguire la laurea specialistica (nel 41,6% dei casi) o quella triennale (9%), a fronte, rispettivamente, del 26,7% e del 6,3% degli stranieri, che si accontentano, come evidenziato, del diploma di scuola superiore (34,4%) o della qualifica professionale (25,8%). Tra gli stranieri, inoltre, più del 13% ricorre a ripetizioni di italiano e il 16% a quelle di matematica.

La crescente presenza di alunni stranieri nelle scuole italiane alimenta il dibattito sulle politiche formative e di integrazione rivolte ai giovani migranti. E sebbene la convivenza fra minori di diversa cultura, se mal governata, possa rappresentare una fonte di fragilità del sistema educativo, essa costituisce al contrario una preziosa risorsa da valorizzare considerando che è proprio fra i banchi di scuola che si consumano le prime occasioni di confronto e di conoscenza.

I continui richiami in tal senso del Presidente della Repubblica vanno tenuti in debito conto: lo straniero sta entrando di diritto nel tessuto sociale nazionale e la scuola non fa eccezione a questo processo virtuoso. Anche se i sondaggi dell’ Osservatorio Europeo su Razzismo e Xenofobia ci dicono che i cittadini europei intolleranti sono negli ultimi anni aumentati, fino a toccare la quota del 66%.

Un fenomeno che può essere arginato proprio valorizzando la contaminazione sociale e culturale all’interno delle scuole, attraverso maggiori investimenti e sostegni al corpo docente. Già tempo fa si era parlato della creazione di una sorta di “task-force” in ogni scuola elementare e media, capace di rendersi disponibile sul lavoro linguistico e culturale dei nuovi iscritti stranieri. Una vera e propria “missione” che avrebbe bisogno di tempo e dedizione, oltre che di persone veramente competenti ed esperte. Ma i continui tagli economici decisi a livello centrale hanno pregiudicato ogni buona intenzione.

Occorre poi una particolare sensibilità anche fuori delle pareti scolastiche. E allora la domanda è: quanti genitori (gli adulti, si sa, sono assai meno duttili dei minori) sono così maturi da accettare senza pregiudizi le differenze fra il proprio bambino e il compagno di banco di colore? Non è facile, per carità, sforzarsi di capire l’altro da noi e superare ansie e paure, ma ognuno deve fare la propria parte. Del resto oggi, rispetto al passato, abbiamo a disposizione molti più strumenti umani e sociali per comprendere ciò che non conosciamo.

Il razzismo è un problema talmente complesso che è impossibile risolverlo solo con la didattica. E’ indispensabile, appunto, il “fattore umano”. Gli studenti trascorrono circa la metà del proprio quotidiano, della loro vita attiva e di socializzazione, dentro la scuola. Che significa che hanno molte più possibilità di riprodurre atteggiamenti discriminanti o indifferenti. Ma il tempo può essere sfruttato anche a beneficio dei processi di integrazione, che non sono mai immediati e indolori. Gettarne le fondamenta è di vitale importanza per il futuro della nostra società, pericolosamente avviata lungo il sentiero della chiusura autodistruttiva.

Se si esaminano gli interessantissimi spunti forniti dal dossier “I figli dell’immigrazione nella scuola italiana”, elaborato proprio alla vigilia dello scorso anno scolastico dalla Fondazione Agnelli, emerge in modo assai netto che, nonostante la crisi finanziaria e la conseguente diminuzione della mobilità internazionale, la quota di alunni stranieri nella scuola italiana è ancora destinata a crescere almeno per un decennio. A trainare la tedenza saranno le nascite da genitori stranieri, che hanno subito un’accelerazione a partire dai primi anni 2000 (dopo la regolarizzazione imposta dalla legge Bossi-Fini). All’interno della popolazione scolastica di origine straniera crescerà, dunque, la cifra delle cosiddette “seconde generazioni”, che presentano bisogni educativi certamente diversi dagli immigrati di prima generazione.

I “nuovi italiani”, bambini e ragazzi nati nel nostro Paese, possono dare dalle scuole una spinta decisiva all’interculturalismo attivo e compartecipato da parte degli immigrati stessi. Magari favorendo pure il rinnovamento della nostra identità etnica e nazionale, (ri)fondandola sull’effettiva tolleranza e sul pieno riconoscimento dei diritti storici e politici degli stranieri regolari a cui abbiamo dato accoglienza. Visti i numeri legati alla loro presenza, ormai non più trascurabili sul piano socio-economico, sarebbe la maniera migliore per concludere il 150° anniversario della nostra vicenda patria.

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Davide Incamicia

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By: David Incamicia
Categoria ITALIA...Mon Amour

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