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DON’T DREAM YOUR LIFE…

LIVE YOUR DREAMS

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5
settembre
2011

La mente crea di sé un’immagine, che in Antropologia cognitiva si chiama identità e che si modifica durante il trascorrere del tempo, sino alla nostra morte. Per cui, non potremmo mai dire che noi siamo in un certo modo, con la certezza di restare in quel certo modo per tutta la vita, perché l’identità, che è il sentire di essere qualche cosa circa noi stessi, si modifica con il passare del tempo. Eppure, nonostante questa evoluzione, crediamo sempre di essere noi stessi, nella sostanza dei nostri pensieri proprio identici a quando avevamo vent’anni, anche se ne abbiamo più del doppio.

In alcune circostanze della vita possiamo farci di noi un’idea non sempre positiva, lasciandoci influenzare da situazioni negative che ci hanno coinvolto e di cui spesso non siamo affatto responsabili. In queste condizioni, paure, dubbi e insicurezze vanno allontanati, assieme a tutti i sentimenti e le emozioni che possono contribuire ad alimentare in noi questa immagine negativa. Non c’è nulla di peggio, per un corretto funzionamento delle capacità cognitive ed affettive umane, di una cattiva immagine di se stessi, di un IO che non apprezziamo e che riflette solo negatività.

A questa radicata tendenza culturale, che ha origini molto lontane in Occidente e che trova importanti supporti nell’esercizio di forme di potere oscurantiste, dobbiamo anteporre un sereno atteggiamento di coscienza evolutiva: la realtà perfettibile che siamo.

Il nostro mondo, la realtà concreta e virtuale che ci circonda, è qualcosa di aperto, e le idee che elaboriamo su noi stessi non rappresentano la verità circa ciò che siamo. Potremmo parlare forse di verosimiglianza, ossia del fatto che cerchiamo incessantemente di avvicinarci il più possibile all’idea che noi ci siamo fatti di noi stessi, affermando che nella nostra vita vogliamo essere coerenti proprio con quell’idea.

La proposta dell’oracolo di Delfi, più che una generale definizione di saggezza umana, dovrebbe essere considerata alla pari di un metodo ragionevole per affrontare la vita, senza dimenticare che la componente emozionale-affettiva è strettamente vincolata a quella razionale e viceversa. Questo vincolo è decisamente l’aspetto reale e concreto del nostro vivere e su questo legame è bene concentrare il nostro processo educativo ed evolutivo. Si tratta di una valutazione che potremmo definire oggettiva, ossia riscontrabile sotto forma di necessità in tutti gli uomini che popolano la terra, che ci agevola nel raggiungimento di obiettivi in grado di stimolare in noi una concreta maturazione esistenziale. Solo se costruiamo la nostra identità all’interno di questa consapevolezza, eviteremo i disordini e gli equivoci che invece appartengono a coloro che optano per la ragione a scapito dell’emozione e dell’affettività, oppure per l’affettività a scapito della ragione. In tutti e due i casi, la nostra aderenza alla concreta realtà biologica umana non è garantita e proprio per la presenza di questa impossibile scelta, la quale, se effettuata a favore dell’una oppure dell’altra dimensione, ci condurrà inevitabilmente a disordini ed equivoci che potrebbero danneggiarci seriamente.

Ecco perché assume particolare importanza il costruire una immagine di se stessi adeguata, anche se questa costruzione non significa comporre una raffigurazione della propria identità solo sulla base di aspetti ideali che, uniti fra loro, proiettano esclusivamente positività. In effetti, l’immagine di se stessi più idonea è quella che tiene conto delle due dimensioni, razionale ed emotivo-affettiva, permettendo la conservazione di un sentimento diffuso di originalità e nello stesso tempo di socialità circa se stessi. Purtroppo l’evoluzione di questa nostra società secondo criteri di consumo esasperato ci ha condotto a non tenere conto di questa possibilità e ci induce ad operare quella discriminazione fra affetto e ragione che è cara solo al consumo stesso. È così che spesso anteponiamo alla ricerca della nostra interiore verità la soddisfazione momentanea che ci fornisce un acquisto in qualsiasi centro commerciale, dando spazio alla formazione di immagini distorte di noi stessi, perché confuse con l’oggetto appena comprato. Si adeguano le nostre percezioni della realtà alle necessità consumistiche e ai personali desideri, stimolando la costruzione di una realtà che non è quasi mai come si presenta concretamente, ma come vorremmo che fosse. E finiamo per credere ad essa con una tale arroganza da diventare persino aggressivi contro noi stessi, i nostri bisogni e appunto i nostri affetti più cari. I ricordi vengono cancellati o mutilati inesorabilmente, per selezionare solo quello che al momento ci sembra più conveniente utilizzare per raggiungere l’obiettivo che crediamo di aver scelto. È quello che ci accade quando per esempio entriamo in un negozio per comprarci un paio di pantaloni, e crediamo che ci stiano bene solo quelli di cui ogni sera vediamo la pubblicità televisiva. Non ci sfiora nemmeno l’idea che quel tipo, quella forma e quel taglio possano essere per noi decisamente inadeguati, mentre siamo fermamente convinti che indossandoli potremmo essere attraenti proprio come la bellissima ragazza bionda della pubblicità.

Ecco come viene subdolamente modificata l’immagine che noi ci siamo costruiti circa noi stessi e, cosa decisamente più grave, viene stimolata la creazione di una falsa percezione del proprio corpo, che in nome della pubblicità, riteniamo adatto ad indossare anche i pantaloni che invece lo rendono ridicolo e goffo nel camminare.

Si ascolta e si vede solo quello che ci sembra di volere, credendo di ragionare con la propria testa, mentre in realtà sono attive in noi le immagini dell’ultimo film che abbiamo visto al cinema. Nei momenti in cui la realtà si presenta alla nostra mente in tutta la sua complessità, è decisamente più facile evadere con fantasia piuttosto che affrontare le domande che la stessa complessità impone. È molto più facile rifugiarsi in paradisi fittizi, piuttosto che affrontate e risolvere i conflitti che la società contemporanea globalizzata impone a tutti noi.

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Prof. Alessandro Bertirotti

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By: prof. Alessandro Bertirotti

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Un commento a: “A cosa serve l’identità”

  1. Elisabetta-Polatti: 5 settembre 2011 | 19:37 |

    come sempre una precisa analisi e un’indicazione preziosa su come essere più consapevoli dei numerosi personaggi che abitano il nostro io per dialogare con essi e appurare quanto siano veri o se siano frutto di una distorsione operata dall’esterno in nome di logiche egoiche e utilitarizstiche

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