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29
giugno
2011

Cresce il popolo degli italiani all’estero. Secondo l’ultimo Rapporto di Migrantes sull’immigrazione i connazionali che hanno lasciato il Belpaese, mantenendo o acquisendo la cittadinanza, sono ormai oltre 4 milioni, con un balzo in avanti di quasi 90 mila unità rispetto all’anno precedente. Gli italiani ‘forestieri’ sono presenti praticamente in tutti i Paesi del mondo, ma risultano concentrati in larga misura in Europa (2 milioni e 263 mila) e in America (1 milione e 629 mila). Fra loro, la presenza femminile si attesta al 47,8%, mentre si registra un calo fra le persone più anziane: solo il 18,6% nel 2011 ha più di 65 anni. Di contro, aumentano i minorenni e i giovani in generale (53,5%).

Nel fare le valigie per lasciare l’Italia, il meridione batte il Nord del Paese. Con quasi 1,5 milioni di emigrati, infatti, il Sud Italia è l’area d’origine principale degli attuali cittadini italiani residenti all’estero e iscritti all’Aire. Complessivamente, il 53,9% degli iscritti all’Aire all’inizio del 2011 sono originari del Mezzogiorno d’Italia, il 15% del Centro Italia e il 31,1% del Nord. Nello specifico, la Sicilia si conferma prima regione di emigrazione (16,2%) con 666.605 cittadini, seguita dalla Campania con 426.488 (10,4%), dal Lazio con 365.862 (8,9%), dalla Calabria con 356.135 (8,7%), dalla Lombardia con 318.414 (7,7%) e dalla Puglia con 315.735 (7,7%). A seguire troviamo tutte le altre regioni con cifre nettamente inferiori.

Basta scorgere velocemente la graduatoria – si legge nel Rapporto – per capire che l’emigrazione italiana ha coinvolto tutto il territorio nazionale e che ancora oggi il passato migratorio dell’intero Paese è evidente nella diversificazione dell’origine migratoria di coloro che sono iscritti nell’Anagrafe del ministero dell’Interno“. Un’ulteriore conferma arriva dall’analisi provinciale dei dati, che riportano ai primi posti Roma, Cosenza, Agrigento, Salerno, Napoli, Catania, Palermo, Avellino, Lecce e Potenza, mentre subito dopo troviamo Treviso e Milano. Torino è in 16esima posizione e Udine in 18esima.

L’elemento forse più significativo del Rapporto è che i giovani bocciano il Belpaese: per il 40% dei 25-34enni è praticamente una sfortuna esserci nati e la maggior parte degli intervistati si trasferirebbe volentieri altrove. Il male sovrano, per i giovani italiani, è la precarietà: ad indicarlo è il 43,5% dei 18-24enni e il 33,6% dei 25-34enni. Seguono, nell’ordine, la mancanza di senso civico (20,6%), l’eccessivo livello di corruzione (19,1%), la classe politica (15,2%), la condizione economica (8,6%), il tasso di criminalità (3,9%) e lo stato del welfare (1,3%).

Alla domanda Si trasferirebbe all’estero?, il 62,9% degli abitanti di Sicilia e Sardegna risponde che non lo farebbe mai (nonostante le preoccupazioni per il lavoro e tutti i gravi problemi di quelle aree geografiche, a partire dall’economia), contro il 49,1% degli abitanti del Nord-Ovest. Gli intervistati più disposti a trasferirsi vivono nel Centro (49,4%). Nel complesso, il 40% ha dichiarato che non cambierebbe mai Paese ma se si guarda alle fasce di età, i più predisposti ad andarsene hanno tra i 25 e i 34 anni (50,9%).

Dove si trasferirebbero gli aspiranti emigranti?

In Francia (16,5%), Stati Uniti (16,1%), Spagna (14,3%), Inghilterra (11,9%) e Germania (10,1%). Seguono Svizzera, Austria, Svezia, Canada, Olanda, Brasile, Danimarca e Norvegia.

Tra quelli che alla fine fanno la valigia, non mancano gli italiani che si fanno valere. Ogni anno la rivista Popular Science pubblica la lista Brilliant Ten, ovvero i 10 scienziati più promettenti che hanno meno di 40 anni e lavorano negli Stati Uniti. Nella top ten 2011 compaiono i nomi di due italiani. La prima è l’anconetana Chiara Daraio che, a 32 anni, è professore di fisica applicata al California Insitute of Technology e ha costruito lenti acustiche non lineari per meglio sviluppare e utilizzare le potenzialità dell’ecografo. Il secondo è Maurizio Porfiri, 34 anni, assistent professor di ingegneria meccanica al Polytechnic Institute dell’Università di New York, il quale porta avanti un progetto di sviluppo di modelli matematici per descrivere comportamenti collettivi di sistemi biologici (il progetto ha ricevuto il ‘Career Award’ della National Science Foundation con l’assegnazione di 1 milione di dollari).

Quello che emerge, pertanto, è un quadro critico e sconfortante. Il nostro non solo non è un Paese per giovani, ma pare che non sia nemmeno un Paese per talenti. Ed ecco ritornare l’eco del consiglio che Pier Luigi Celli, direttore generale dell’Università LUISS di Roma, scrisse oltre un anno fa a suo figlio: Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio (…). Per questo, col cuore che soffre più che mai, il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell’estero. Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati…”.

Per molti osservatori, simili suggerimenti equivalgono a una fuga o, peggio, a una resa. Non si dovrebbero dare, insomma. Se non altro per quel sentimento di orgoglio patriottico che andrebbe ipocritamente salvaguardato. Ma come si fa a fingere che l’Italia non stia colpevolmente perdendo la sua risorsa più preziosa? In tal senso, ritengo che la fotografia più efficace l’abbia scattata qualche tempo fa il magazine Time, che ha messo in luce l’impossibilità di riforme veramente ‘utili’ nel nostro Paese per via dei radicati interessi e di una politica alla deriva. Constatiamo un flusso costante di risorse verso l’esterno e quasi niente verso l’interno, rileva il settimanale. Riprendendo le continue denunce di pubblicazioni, programmi e siti specializzati come, ad esempio, il seguitissimo programma radiofonico Giovani Talenti e il blog La fuga dei Talenti.

Le motivazioni alla base di questo esodo, osserva il Time, non sono cambiate significativamente dall’ultima ondata migratoria che spingeva la gente a spostarsi in cerca di fortuna un secolo fa. Ma questa volta non si tratta di operai o contadini che si ammassavano nelle navi dirette a New York. L’Italia sta perdendo i suoi elementi migliori e più brillanti a causa di un decennio (il decennio berlusconiano n.d.r.) caratterizzato da stagnazione economica, da un mercato del lavoro immobile e da un radicato sistema di clientelismo e nepotismo. Per molti tra i più talentuosi e preparati, dunque, la terra delle opportunità è ovunque ma non in patria.

I casi si sprecano. Luca Vigliero, architetto di 31 anni, dopo essersi laureato presso l’Università di Genova nel 2006 e non riuscendo a trovare un lavoro soddisfacente in patria, si trasferisce all’estero. Lavora per un anno al Rem Koolhaas’ Office for Metropolitan Architecture di Rotterdam e nel 2007 accetta un lavoro a Dubai. In Italia, il suo curriculum non aveva suscitato alcun interesse. Alla Dubai’s X Architects ha ottenuto rapidamente la promozione. Adesso coordina un team di sette persone. Sto lavorando a progetti per musei, ville, centri culturali e piani regolatori. Finalmente Ho una carriera dichiara. La fuga dall’Italia consente a molti 30-40enni di accelerare i progetti di vita: una casa, il matrimonio. “Tutti i miei amici in Italia non sono sposati, hanno lavori sottopagati, vivono con i loro genitori, sottolinea Vigliero.

In Italia non c’è movimento, pure a livello sociale. Tutto è assolutamente fermo. Ormai non si registra neppure più il numero dei molti giovani professionisti che stanno cercando fortuna all’estero. Ma il numero di italiani tra i 25 e i 39 con una laurea che si stanno registrando all’Aire come residenti all’estero aumenta di anno in anno. Il Censis stima che circa 12.000 laureati italiani all’anno trovano lavoro all’estero, vale a dire uno ogni 25 italiani laureati che rimangono in Patria. Secondo un sondaggio dell’agenzia Bachelor, inoltre, ben il 61,5% dei neolaureati sentono il bisogno di lasciare il Paese per far fruttare la il proprio titolo di studio già l’anno successivo al conseguimento del titolo accademico. E’ il trionfo della sfiducia.

Non è difficile capirne i motivi. I problemi economici dell’Italia sono ricaduti pesantemente sulle spalle delle giovani generazioni. Secondo i dati pubblicati a maggio dall’Istat, il 30% degli italiani tra i 30 e i 34 vive ancora con i genitori, una percentuale che si è triplicata rispetto agli anni ‘80. Senza tralasciare che un giovane su 5 di età compresa tra i 15 e i 29 ha praticamente abbandonato tutto: non studia, non si specializza, non lavora. “Stiamo relegando un’intera generazione in un buco nero, spiega Celli nella lettera aperta al figlio.

Gli italiani senza formazione universitaria lavorano spesso in nero, facendo ogni sorta di lavori, ma i laureati, o più in generale quelli con maggiori aspirazioni, incontrano maggiori difficoltà a trovare un lavoro coerente con gli studi effettuati. Il tasso di disoccupazione dei laureati italiani tra i 25 e i 29 è del 14%, più del doppio rispetto al resto dell’Europa e molto superiore a quello dei coetanei meno istruiti.

Per descrivere questo problema esiste un termine preciso: gerontocrazia. Che è il predomino degli anziani sulle altre fasce anagrafiche della popolazione. Gran parte dell’economia italiana è volta alla cura dei più anziani, mentre si spende relativamente poco per alloggi, disoccupazione e cura dei figli, impedendo di fatto ai giovani di lanciare la propria carriera. Uno squilibrio che si riflette anche nel mondo del lavoro, sia a nel pubblico che nel privato, dove corporazioni nazionali e una radicata cultura dei ‘senior’ hanno portato i lavori migliori fuori dalla portata dei giovani.

L’Italia ha sempre sofferto di un sistema gerarchico coi giovani che devono sottostare all’autorità dei più anziani fino a quando non arriva il momento di prenderne le redini. Ormai sempre più di rado. “Non sei considerato esperto in base al curriculum vitae, alle abilità o alle capacità, ma solo in base all’età, spiega Federico Soldani, 37 anni, epidemiologo che ha lasciato Pisa nel 2000 e ora lavora a Washington per la Food and Drug Administration. Già, perché in Italia quando sei sotto i 40 vieni considerato giovane e inadatto a ricoprire ruoli di responsabilità.

Con la crisi economica degli ultimi anni, poi, il mercato del lavoro si è ulteriormente bloccato e a discapito proprio dei più giovani e, almeno in teoria, qualificati. L’accesso ad alcune professioni, come la posizione lucrativa di notaio, è così limitata che il lavoro è diventato quasi di natura ereditaria. In un Paese in cui il successo si costruisce sulle relazioni e sull’anzianità, solo gli amici e i figli dell’elite hanno quindi la possibilità di far carriera. Per tutti gli altri, il lavoro scarseggia quando va bene. Con paghe da fame e senza prospettive di avanzamento professionale.

Filippo Scognamiglio, 29 anni, è un altro caso citato da Time. Segretario di NOVA – Associazione Italiana MBA, confrontando la retribuzione netta per la stessa posizione nella stessa multinazionale negli Stati Uniti e in Italia, rivela che un italiano con un MBA che sceglie di rimanere in Patria guadagna solo il 58% rispetto a quanto guadagnerebbe all’estero. È più semplice avere successo negli Stati Uniti se hai talento e voglia di fare rispetto a quanto lo sia nel mio Paese”, dichiara. Pertanto, lui che si era laureato presso la Columbia Business School l’anno scorso, ha scelto di saldare i conti con la società italiana che aveva sponsorizzato la sua laurea per accettare un lavoro negli Stati Uniti.

Ma non è solo un salario migliore ad attirare i giovani emigranti italiani. È anche l’occasione per fuggire da posti di lavoro noiosi con mansioni ripetitive dove, come detto, le opportunità di far carriera sono inesistenti. “Se sei giovane in Italia, rappresenti un problema, mentre in altri paesi sei visto come una risorsa, afferma Simone Bartolini, 29 anni, copywriter che lavora a Sydney. Simone ha lasciato Roma nel 2007 quando, a seguito di un cambiamento direzionale nell’agenzia di pubblicità dove lavorava, il nuovo capo gli disse: “Ti metteremo i bastoni tra le ruote”. Fu di parola. Ogni idea veniva respinta, era tutto un no, il minimo errore non veniva perdonato. Rispetto all’Australia, dove Bartolini ha avviato una carriera di successo, in Italia non sapeva che farsene del suo talento. Hanno bisogno di gente che esegue, non di gente che pensa, spiega Bartolini.

Di chi è la responsabilità di tutto questo, se non di una cultura politica sempre più sclerotica?

In Italia abbiamo una classe dirigente, anche dentro il Palazzo, vecchia e incapace di stare sull’onda dei cambiamenti. Non è riuscita a produrre, al di là delle capacità soggettive, giovani leader riformisti come Barack Obama, David Cameron e Nicolas Sarkozy. Berlusconi ha 75 anni e sta ricoprendo il suo terzo mandato come Presidente del Consiglio, punta di un panorama politico che è pressochè lo stesso dei primi anni ‘90, quando fu travolto da una serie di scandali di cui ancora si avvertono i segni. Non sorprende quindi che i giovani italiani non ne vogliano far parte, almeno in maniera organica e ingessati negli schemi superati dalla storia. La partecipazione in Italia rimane un valore anche per i giovani, ma da ‘irregolari’ autonomi e indipendenti, desiderosi solo di esprimere il cambiamento attraverso modelli e personaggi innovativi. Il vento elettorale che ha soffiato in quest’ultima primavera non ammette interpretazioni diverse.

E chissà che questo vento non convinca gli italiani che sono partiti, giovani o non giovani, a tornare con l’esperienza umana, culturale e professionale maturata all’estero per dare un’ulteriore spinta alla rivolta morale e civile in atto. Il problema, del resto, non è tanto la voglia di stare lontano dal proprio Paese. Il nostro attaccamento alla terra di origine è noto e la maggior parte delle persone intervistate dal Time hanno dichiarato che amerebbero molto tornare in Patria. Bisogna forse solo attendere, certamente non con le mani in mano, che il Paese esca definitivamente dal circolo vizioso nel quale è da troppo tempo intrappolato.

Perché l’economia continuerà a rallentare fintanto che l’innovazione sarà soffocata dall’esclusione dei giovani dai settori strategici della società.

E l’Italia potrebbe non avere molte altre possibilità di preservare le sue risorse più preziose, creando le condizioni affinché rientrino i tanti connazionali sparsi per il mondo che ne hanno intenzione e facendo sì che chi invece continuerà a vivere altrove non spenga dentro di sé l’orgoglio di sentirsi, nonostante tutto, italiano.

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David Incamicia

Approfondimenti

Leggi il Dossier originale del “TIME”

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By: David Incamicia
Categoria ITALIA...Mon Amour

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2 commenti a: ““Migrantes”, l’Italia in fuga”

  1. donatella: 29 giugno 2011 | 22:30 |

    Ho trovato il tuo articolo interessantissimo, le considerazioni contenute amare ma lucidissime. Il problema in Italia esiste, purtroppo, ed è in fase di costante peggioramento…un lento (ma neanche troppo) declino, che porta irrimediabilmente le nuove generazioni a cercare una miglior fortuna e maggior affermazione di se stessi e delle proprie competenze in luoghi in cui queste possano venir apprezzate e messe in luce. In cui sia possibile, in poche parole, pensare ad un futuro che sia più che sopravvivere, e grazie al quale dimostrare che se in Italia i giovani vivono ancora nelle case dei propri genitori non è, come viene loro offensivamente detto, perché sono ‘mammoni’ ma perchè il nostro ‘Bel paese’ non offre un’alternativa. Nè appetibile nè sufficiente..

  2. David Incamicia: 30 giugno 2011 | 08:55 |

    Grazie per il commento, Donatella. Ovviamente condivido le tue riflessioni. Per un ulteriore approfondimento sul declino in atto e sulla profonda sofferenza che non riguarda purtroppo solo i giovani ma l’intera nostra società, potrebbe essere utile dare un’occhiata a quest’altro mio intervento http://davidincamicia.blogspot.com/2011/06/autorita-educazione-e-senso-morale-ecco.html

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