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DON’T DREAM YOUR LIFE…

LIVE YOUR DREAMS

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9
febbraio
2011

███████████ by Ben Gossens ███████████

Quando dico ai miei studenti di ragionare sulla domanda “di che cosa siamo padroni”, non solo continua il silenzio di coloro che ascoltano con attenzione, ma gli occhi si sbarrano di fronte alla perplessità che li assale. Ma non si tratta di una perplessità tipica della loro età di fronte a domande apparentemente difficili, oppure persino “fuori dal mondo”, come loro spesso amano definire le cose che sono al di fuori delle loro considerazioni.

Questa domanda impressiona tutti noi, indipendentemente dalla professione, dal credo e dalla fede politica cui apparteniamo. È in effetti una domanda la cui risposta determina la qualità della nostra vita, nella sua essenza più profonda e nel suo condizionamento quotidiano.

Vediamola più da vicino.

Domandarsi se siamo padroni di qualche cosa che è nel mondo, ossia fuori di noi, all’esterno del nostro corpo e dunque anche della mente, significa ragionare sulla relazione che stabiliamo fra la nostra interiorità e tutto ciò che pensiamo non appartenga ad essa.

Porsi questa domanda, in sostanza, significa già ammettere, prima della sua stessa formulazione, una separazione psicologica fra la mia identità e ciò che essa esclude da sé. Chiedersi se si possa possedere qualche cosa che sta fuori di noi, significa implicitamente affermare che esiste qualche cosa che vive indipendentemente da noi. È la domanda stessa che crea la separazione, altrimenti forse essa non verrebbe nemmeno percepita e forse non esisterebbe proprio.

Per esempio, abbiamo mai pensato di ragionare in questi termini rispetto ai nostri genitori?

Abbiamo mai creduto che il padre e la madre potessero essere una nostra proprietà?

No, perché siamo cresciuti avendoli sempre accanto, nella certezza che il loro essere con noi, dentro la nostra vita quotidiana, li rendesse talmente parte di noi da non percepirne la separazione. Tanto è vero che la famosa angoscia di separazione dalla madre, che si prova tra i sei e gli otto mesi,  dimostra in effetti questa paura. In sostanza, sembra che la nostra mente si abitui sin dalla nascita a inglobare nel proprio universo alcune cose e persone che sono in effetti al di fuori di lei stessa, mentre altre cose e persone saranno tenute a debita distanza anche se si cercherà di stabilire con esse una relazione, una sorta di legame.

Appare quindi plausibile la domanda iniziale circa il nostro possedere, secondo una percezione innata, qualche cosa o persona, rispetto ad altre situazioni in cui invece si rende necessaria una serie di azioni che ci portino a credere di possedere avvicinandoci alla persona o cosa. Sembra quasi che la confusione fra il possedere ed il “stare vicino a” sia fondamentale perché la mente sviluppi la sensazione e successivamente la certezza di diventare padrone della situazione.

Secondo la mia opinione, quando questa partecipazione all’altro diverso da me, come alla cosa che sta al di fuori di me, è vissuta inconsciamente, senza comportamenti simbiotici passivi, ma secondo legami biologicamente naturali (come nel caso della gravidanza), siamo in presenza di uno stato di saturazione affettiva esemplare, verso la quale tenderemo per tutta la vita.

Questo stato si verifica solo in due casi:

  • il primo non lo ricordiamo affatto in maniera cosciente ed è quello della vita durante la gestazione intrauterina;
  • il secondo, di cui non sappiamo nulla e mai sapremo, è quello dopo la morte.

Come vedete, si tratta di due casi biologicamente identici, per la memoria umana. Ecco perché il mio caro amico Gastone Bernacchi, durante una passeggiata di qualche sera fa, mi diceva che di fronte alla morte la posizione migliore dovrebbe essere quella di avere la stessa paura che abbiamo provato prima di nascere. E penso che sia stata proprio questa considerazione che mi ha fatto analizzare la questione dell’equivoco fra il possesso e la vicinanza che vi sto proponendo qui.

Dunque, al di fuori di queste due condizioni, di saturazione emozionale, proprio perché non vi è scambio di memoria né ritenzione cosciente di esperienza, la nostra mente cerca di ritornare in questo meraviglioso stato, di appartenenza incosciente, ripercorrendo la fusione che ogni dimenticanza procura in noi. In effetti, quando non ci ricordiamo bene una cosa, una esperienza, oppure anche una persona, è come se fossimo parte incosciente della vita di quella persona o cosa, perché senza il suo ricordo da essa non ci siamo ancora separati. Quando invece guardiamo una fotografia, un video di come eravamo ci rendiamo conto del distacco, e del tempo che passando ci ha diviso e reso diversi rispetto ad allora.

Ecco che la memoria diventa il luogo del legame e contemporaneamente dell’abbandono. Se abbiamo la luce, un’altra parte di noi e del nostro ambiente, in questa vita, avrà il buio, creato dal fascio della stessa luce che illumina una parte. Si tratta di una contraddizione, certamente. Ma avrà un senso tutto questo? Penso di sì e provo ad esprimerlo.

La vita vuole insegnarci che nello stato di coscienza in cui esistiamo dobbiamo trovare l’equilibrio tra l’essere vicini a, essere accanto a, senza per questo credere di poter entrare in possesso di ciò che ci sta accanto. Questa sensazione, questo desiderio sarà appagato solo quando riusciremo ad annullare l’esigenza di definirci con una identità diversa rispetto a ciò che vogliamo possedere. In questo annullamento, quando non vi sarà possessore e posseduto, vi sarà davvero vicinanza, senza angosciosa confusione, e saremo Uno.

Ecco perché la biologia è l’espressione più sincera della nostra eternità, perché non vi è separazione anche se vi è identità. Perché una cellula non vive senza la presenza delle altre, ma non le possiede, nonostante siano tutte fra loro molto vicine.

L’idea espressa da Qualcuno che ci fece l’augurio di essere Uno come Lui stesso lo era, trova un senso scientifico in questa mia appena scritta proposta interpretativa.

Auguri a tutti noi…

.

Alessandro Bertirotti

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By: prof. Alessandro Bertirotti

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15 commenti a: “La vicinanza del possesso”

  1. Angela Scalera: 9 febbraio 2011 | 15:41 |

    Gran bella domanda…di che cosa siamo padroni??? mah…. io direi delle nostre emozioni,della nostra mente,di ciò che sentiamo in fondo al cuore,il nostro modo di essere…I am what I am…complimenti per l’articolo….davvero di ♥ !!!:)

  2. Lucia Morgantetti: 9 febbraio 2011 | 15:42 |

    Di che cosa siamo padroni? Non lo so Angela, a volte neanche delle nostre emozioni. A volte non è facile prevederle e nemmeno controllarle. In questo momento mi viene una risposta sola….di toglierci la vita. Ma forse è troppo catastrofico…

  3. Angela Scalera: 9 febbraio 2011 | 15:43 |

    Mai…la Vita è la cosa più bella che ci è stata data..Viviamola!!!e cerchiamo di essere sereni…noi non siamo padroni di nessuno ma qul nessuno ha bisogno di noi!!e noi di lui…

  4. Elisabetta Polatti: 9 febbraio 2011 | 15:44 |

    Grazie Alessandro.
    Una riflessione preziosa per la sua chiarezza e per il messaggio in essa contenuto.

  5. Emanuela Tranfo: 9 febbraio 2011 | 18:42 |

    Caspita che domandona!penso che nulla ci appartenga tutto è di passaggio, anche le emozioni variano con il variare del tempo e quindi ci sfuggono.

  6. Emanuela Tranfo: 9 febbraio 2011 | 18:43 |

    Dimenticavo.. l’articolo è molto interessante, complimenti a chi lo ha scritto.

  7. Terry D'Annunzio: 9 febbraio 2011 | 21:02 |

    Riconducendoci alla condizione prenatale e post mortem, riflettendo sul valore di una cellula che vive di se pur non possedendo le altre, sicuramente si affronterà la vita con una percezione diversa. Molti disperati, potrebbero così liberarsi anche dalla depressione. Complimenti Alessandro, veramente belle le sue indagini e grazie per la condivisione. Auguro buona serata e buon lavoro!!

  8. Gilberto Pisu: 10 febbraio 2011 | 11:33 |

    Grazie Alessandro, una profonda riflessione. Se mi consenti la proporrò, interpretandola alla Gloria. Nel rispondere “di cosa siamo padroni”, ritengo la vita, un dono prezioso da custodire

  9. Lucia Rosas: 11 febbraio 2011 | 09:47 |

    ho dovuto leggerlo per bene.
    esiste un possesso materiale:la cura della nostra vita e le azioni fatte ma, paradosso quando ci ammaliamo ne perdiamo facoltà e qui penso al concetto di fine vita; poi dire possesso quando obbediamo a leggi regolanti la società che abitiamo ma che possiamo cedere anche in modo temporaneo.
    un possesso spirituale: i ricordi che restano imbrigliati nella memoria, quindi volatili pure questi, le emozioni nel momento in cui le accettiamo in pieno, la certezza data dalla somma di alcuni considerazioni, gli affetti dichiarati.
    poi l’appartenere a qualcuno a prescindere da logica e motivi per una affinità non cercata ma “sentita”, quella nota che suona quando si è allineati (es. penso e arriva l’sms).
    lettura un po’ difficile x l’accavallarsi dei pensieri e riprenderne il bandolo.

  10. Alessandro Bertirotti: 11 febbraio 2011 | 14:22 |

    Vi ringrazio e tutti, ovviamente :-) Alessandro.

  11. daniela bianconi: 13 febbraio 2011 | 13:32 |

    di che cosa siamo padroni? del nostro corpo! lo possiamo usare, bistrattare, distruggere, o amare, arricchire, rendere consapevole delle persone e delle cose che ha intorno … tutto il resto credo che sia solo un desiderio (e un’illusione) di stringere qualcosa tra le mani e credere che sia imprigionato, che sia nostro per sempre …
    grazie per questa riflessione e complimenti per l’articolo.

  12. Alessandro Bertirotti: 13 febbraio 2011 | 22:26 |

    Cara Daniela,
    grazie a te per la ulteriore riflessione. Continuo a pensare che non si sia padroni nemmeno del nostro corpo. Intanto, veniamo alla luce senza esperienza preventiva di cosa ciò significhi e come lo significhi, cioè senza nessuan decisione che sia legata alla nostra volotà. Secondo, questo corpo lo posso apparentemente cambiare, ma senza il cambiamento della corrispondenza mentale, parte ulteriore della stessa corporeità, non potremmo percepire il cambiamento della corrispondenza motoria. Ti ringrazio per questa riflessione, spunto ulteriore per comprendere la questione vita, morte, cambiamenteo, radici e ressurrezione! Cari abbracci, Alessandro :-)

  13. daniela bianconi: 14 febbraio 2011 | 17:44 |

    … quindi se né corpo né mente ci appartengono, dovremmo accettare semplicemente di essere … trovo che questo cambi molto le prospettive dell’agire, del cambiare ecc…
    bhè, adesso mi ha lasciato un sacco di dubbi! :-)

  14. Marena: 14 febbraio 2011 | 19:33 |

    Io credo che noi non siamo padroni ne’ del nostro corpo e spesso neanche della nostra mente, sopratutto secondo il contesto in cui viviamo, non è tanto facile accettare questo…per quello che è il mio pensiero credo, ma forse è solo una illusione…si deve soltanto cercare di vivere e riempire ogni attimo del tempo con la convinzione che ogni azione sia utile e indispensabile per continuare il continuo, un continuo che vive, perchè dal momento che siamo venuti in questo mondo è iniziato un cammino che avrà una fine, il tempo servirà a compiere il ciclo che in ogni essere determina la vita. Ognuno di noi è un ciclo, tutto serve, tutto porta ad una coclusione

  15. Alessandro Bertirotti: 17 febbraio 2011 | 01:16 |

    Carissima Marena,
    ecco che hai espresso in sintesi l’idea che mi balenava in questo scritto, ma che non avevo ancora voluto esprimere, attendendo forse che qualcuno lo facesse al posto mio. In effetti, credo che la scrittura, come i pensieri, sia il frutto di una collaborazione sociale… Ecco che sei arrivata Tu! Sì, penso che non si sia padroni di nulla, nè del corpo nè della mente. Ritengo, almeno mi sembra ragionevole, che ogni persona sia una strumento disegnato per fare parte di un disegno di cui non vedrà la fine, anche se apparentemente, come dici Tu, tutto è un ciclo. Penso che per dare un senso a questa riflessione, ci si debba ricordare che siamo in questo mondo, con il nostro corpo e con la nostra mente, solo dei “servi inutili”. Grazie, come Tuo solito, per le riflessioni che mi stimoli sempre. Alessandro, :-)

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