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DON’T DREAM YOUR LIFE…

LIVE YOUR DREAMS

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27
gennaio
2011

Non possiamo capirlo; ma possiamo e dobbiamo capire da dove nasce e stare in guardia. Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario“. Sono le sconvolgenti parole di Primo Levi, macigni che opprimono l’animo per quanto dirette e semplici. E sempre attuali se si pensa, specie nel nostro Paese, a come la conoscenza dei fatti quotidiani venga oggi manipolata di continuo per bieche ragioni di potere.

E’ anche per questo che il “ricordo” di avvenimenti lontani, seppur drammatici, sta coll’andare del tempo divenendo sempre più un’arduo esercizio retorico, quasi meccanico, limitato al fugace atto celebrativo. Può valere per turpi avvenimenti come l’Olocausto, che testimoniano efficacemente la “catastrofe antropologica” (per citare la recente perifrasi del Card. Bagnasco) del genere a cui apparteniamo, o per importanti ricorrenze laiche della nostra storia come il 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Se non si è in grado di “pesare” la gravità del passato come si può essere capaci di leggere e interpretare il presente?

Ho accostato volutamente due pagine in apparenza dissimili, il Giorno della Memoria che cade oggi e l’intero 2011 dedicato ai primi 150 anni di unità nazionale. Perchè nel sangue non ci sono solamente dolore e morte ma sopravvive e si perpetua il potere di migliorare noi stessi, di rifuggire dalla negazione della Verità per esaltare la Giustiza e la Libertà, valori risorgimentali e argini ai totalitarismi di ieri e di oggi. E allora voglio a modo mio celebrare questa giornata prendendo in prestito l’alto intervento di Renzo Gattegna, Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane:

Il 27 gennaio del 1945 furono aperti i cancelli di Auschwitz, il campo di concentramento e di sterminio costruito dai nazisti nella Polonia occupata, dove persero la vita oltre un milione di ebrei, tra cui molte migliaia di ebrei italiani.

Il Giorno della Memoria, che il 27 gennaio del 2011 celebriamo per l’undicesima volta, è stato istituito per non dimenticare la Shoah e le altre vittime dei crimini nazisti, monito affinchè quanto avvenuto non si ripeta mai più, per nessun popolo, in nessun tempo e in nessun luogo.

In Italia, la tragedia della Shoah colpì il popolo ebraico con le leggi razziali del ’38 e, successivamente, con le deportazioni, iniziate con l’occupazione nazista avvenuta dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Anche altre persone e categorie furono perseguitate dal regime, “colpevoli” di una diversità di idee, di valori, di appartenza etnica o religiosa.

Tale volontà liberticida e antidemocratica rappresentò un vero e proprio passo indietro rispetto alle conquiste e alle idee di libertà e democrazia che nel secolo precedente erano state alla base dei moti che portarono all’unità d’Italia, interruzione ventennale di un processo di ritrovata dignità e piena integrazione per gli ebrei italiani, il cui filo venne ripreso subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale.

L’Italia unita aveva significato per la minoranza ebraica l’emancipazione, la chiusura dei ghetti, l’agognata raggiunta parità con gli altri cittadini dopo secoli di emarginazione. Una libertà e una uguaglianza che appunto il fascismo negò solo pochi decenni dopo, nel 1938, con l’emanazione delle leggi razziali, funesto presagio di quanto avverrà, tragicamente, in seguito.

Il 17 marzo del 2011 ricorreranno i 150 anni dalla proclamazione dell’Unità. Una data che ci sta molto a cuore anche perché a quel processo storico gli ebrei presero parte con forza, convinzione e passione.

In oltre due millenni di presenza nella penisola gli ebrei, quando è stato loro permesso, hanno preso parte alla vita e alla storia del Paese, con un ruolo rilevante nelle sue evoluzioni politiche, sociali, culturali. Nel caso del Risorgimento, l’adesione degli ebrei italiani fu generalizzata: vi parteciparono dall’attività cospirativa mazziniana sino alla presa di Roma. Il 20 settembre 1870 fu proprio un ufficiale ebreo piemontese a dare l’ordine di aprire il fuoco. Come ha detto la storica dell’Università La Sapienza di Roma Anna Foa, nella prolusione pronunciata poche settimane fa di fronte al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione del VI Congresso dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, l’emancipazione degli ebrei fu “un momento qualificante della costruzione del nuovo Stato italiano, e lungi dal rappresentarne una sorta di conseguenza marginale, ne segnò profondamente il percorso, divenendone, con il connesso principio della tolleranza di tutti i culti religiosi e poi con quello dell’uguaglianza dei culti di fronte alla legge, uno dei pilastri basilari.” Esiste, continua la Foa, “un’intima assonanza culturale ed ideale fra ebrei ed unità d’Italia.

A centocinquant’anni di distanza, i valori sui quali si fonda il nostro Paese, positivi da un punto di vista ebraico, rimangono validi e attuali. Basi solide in grado di garantire i diritti dei singoli, specie nelle società sempre più aperte e multiculturali che si vanno formando.

Crediamo che le radici dello Stato italiano siano profonde e nobili. Non è retorico ricordarle nel Giorno della Memoria, accanto alla occasioni di celebrazione, all’omaggio ai testimoni che ancora sono con noi e al doveroso ricordo dei Giusti: perché le ideologie totalitarie che perpetrarono la Shoah e gli altri crimini contro l’umanità durante la seconda guerra mondiale erano agli antipodi delle idee di libertà degli individui e democrazia che portarono all’Italia unita.

Oggi viviamo tempi difficili e sciagurati, dominati dalla propaganda e dalla finzione a tutti i livelli. Tempi nei quali chi si ostina ad esaltare imperituri principi, viene additato al pubblico ludibrio come demagogo e conservatore. Mentre chi trasforma arbitrariamente (e sovente illecitamente) l’evidenza, soggiogandola al proprio tornaconto, riesce ad affermarsi in larghi strati della società come “campione del liberalismo” o, nella peggiore delle ipotesi, come vittima del sistema.

Io non mi piego a questa deriva assai pericolosa e subdola e continuo a schierarmi dalla parte delle vere vittime e della ragionevolezza, anche a costo dell’emarginazione civile. Affinchè i martiri della storia, dopo il sacrificio, non subiscano pure l’oblio… Viva la Libertà, viva la Giustizia, viva l’Italia!

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David Incamicia

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By: David Incamicia

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6 commenti a: “Il dovere di ricordare il loro sangue, per la Giustizia e per la Libertà.”

  1. Angela Scalera: 28 gennaio 2011 | 08:59 |

    Di fronte a tanta crudeltà e a una forza devastatrice che non ha paragoni, come davanti a qualsiasi forma di violenza fisica e psicologica d’altronde, non possiamo restare immobili e guardare passivamente. Dobbiamo chiederci il perchè esistano atti del genere…Allora il 27 gennaio ,giorno della memoria si.. per non dimenticare ma soprattutto per insegnare!!!Insegnare quei valori umani che sono un diritto di tutti e vanno rispettati!Viva la libertà nel rispetto della persona…Complimenti, ottimo articolo, profonde parole! Un abbraccio fraterno!

  2. MyLEMON: 28 gennaio 2011 | 09:52 |

    Grazie David.
    Il tuo articolo costituisce senza dubbio un importante invito alla riflessione per noi tutti, perchè non si dimentichino terribili tragedie come la Shoah che in un passato non troppo lontano hanno segnato e sconvolto l’ umanità per sempre… perchè l’uomo non si macchi più di efferati crimini contro se stesso e i suoi fratelli…. perchè l’uomo non dimentichi la sua naturale umanità e il suo buon senso in nome di una scellerata, brutale e oscura bestialità.
    SE NON SI TIENE PRESENTE IL PASSATO, COME POSSIAMO PRETENDERE DA NOI STESSI DI RIUSCIRE A GUARDARE AL FUTURO???
    Un abbraccio :)

  3. David Incamicia: 28 gennaio 2011 | 13:14 |

    Grazie a voi, amici cari. La Rete costituisce un fondamentale strumento – forse l’unico ancora disponibile – di condivisione e intreccio di sensibilità, stati d’animo, angosce, speranze… Rispetto a fatti clamorosi, più o meno importanti e tragici, che riguardano il nostro passato, il nostro presente e il nostro futuro. Che attengono, in una parola, alla VITA. Bene prezioso che occorre salvaguardare, e non solo sul piano biologico, dalle insidie di una società sempre più smarrita e ammorbata. Sì, dobbiamo difenderci stringendoci attorno al sogno di un ritrovato umanesimo capace di farci evolvere positivamente. Senza desistere, con coraggio e determinazione. I periti della psiche dicono che un problema si comincia a risolvere nel momento stesso in cui si decide di affrontarlo. E allora sfidiamolo questo tempo, e soggioghiamolo alla volontà suprema della nostra ragione continuando a riflettere sui temi dell’impegnativo e gravoso quotidiano.
    Approfitto di questo spazio per una risposta più confidenziale all’amico Antonio. Ho pensato alla proposta di curare una rubrica su questo Blog, e ti confesso che sono ancora frenato dai limiti temporali che conosci. Però la forza di provarci è grande. E allora ho deciso di accettare e di mettermi alla prova, magari in via sperimentale e senza particolari ansie e rigidità, seguendo come sempre il mio istinto. A presto.

  4. Giovanna Portanova: 29 gennaio 2011 | 12:16 |

    Noi viviamo contemporaneamente il presente del passato,che dovrebbe insegnarci a ben operare,ma che in genere viene manipolato a scopi di
    celebralismo politico e quindi ridotto in cenere;il presente del
    presente ,cioè questo momento di disagio e disorientamento collettivo,anche questo ridotto a gossip politico ed il presente del futuro ..o meglio se vogliamo che il futuro ci sia ..occorre mettere un punto a questa realtà deformata e deformante,occorre che ogni istituzione ritorni alla “sacralità” del proprio ruolo.Solo così il
    sangue di tutti coloro che hanno creduto e credono nella sacralità dei valori non diventerà sacrificio inutile ..ma seme di giustizia,fratellanza ,libertà:democrazia !
    Se ,invece,continueremo ad impegolarci in questa palude,in questa melma ,in queste sabbie mobili
    di bisbigli,mormorii,parole o meglio ciarle… l’Italia,la nostra cara Italia ..ritornerà ad essere quel puntino geografico,tanto deriso dal
    principe di Metternich-Winneburg Klemens Wenzel Lothar!!!!! e a noi non resterà neppure la possibilità di dire: VIVA L’ITALIA

    Giovanna Portanova,la scopa parlante :)

  5. David Incamicia: 29 gennaio 2011 | 19:25 |

    E ce ne fossero di von Metternich ancora in giro, gentile Giovanna… Nel senso che io non mi offenderei più di tanto se mi sentissi parte di una “espressione geografica”, nella quale comunque intravedo una certa dignità esistenziale. In fondo, meglio quello di ciò che invece oggi commentano sul nostro conto di “italiani” a livello globale… E c’hanno pure ragione, forse! Noi non facciamo proprio nulla per non attirarci addosso il sarcasmo e il disprezzo generale, sopportando da tempo ciò che appare oggettivamente (almeno dal mio punto soggettivo di osservazione) come intollerabile e giustificando ciò che in contesti sociali e territoriali anche meno evoluti del nostro sarebbe già stato archiviato da un pezzo. Quella “sacralità” cui fai riferimento sopravvive, anche sul piano dell’ambizione formale, nonostante tutto. Ma purtroppo ciò che per pochi è sacro per molti è superfluo ed inutile (o perfino incomprensibile). Tanto che a mio avviso più che sobbalzare d’orgoglio dinanzi alle compiaciute provocazioni estere nei nostri confronti, occorrerebbe reagire “intra moenia”, contro noi stessi (in positivo, intendo), nel comune sforzo di appagare l’antico sogno dazegliano di dare corpo e sostanza all’ideale patriota risorgimentale. Se prima non emendiamo il nostro triste presente, ci sarà sempre preclusa la possibilità di arginare l’antitalianità di chi dall’esterno confida nella di noi disfatta. Per il resto e nelle more, ci si può sempre accontentare di gridare “Viva l’Italia, eccetto gli italiani!”.

  6. Eugenio Citrigno: 31 gennaio 2011 | 15:05 |

    A volte ci si nasconde la testa sotto la sabbia facendo finta che avvenimenti lontani nel tempo non siano mai accaduti.
    Mantenere vivo il Ricordo può aiutare le nuove generazioni a riconoscere ed evitare nuovi disastri

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