MyLemon MyLEMON Creativity & Strategic Communication - www.mylemon.it
MyLEMON

DON’T DREAM YOUR LIFE…

LIVE YOUR DREAMS

Print Friendly
4
agosto
2010
Circa cinquant’anni fa, Noam Chomsky, lo scienziato certamente più citato nell’intero dopoguerra, teorico della grammatica generativa, suggeriva di ignorare i problemi circa la nascita del linguaggio e di quali fossero i suoi meccanismi cerebrali, perché essi si situavano ben oltre la possibilità di una seria indagine scientifica.
Invece, oggi, le questioni dell’origine del linguaggio e di come il cervello controlli la parola, sono considerati i più grandi temi neuroscientifici.
La nostra specie possiede un dono che nessun altro essere vivente conosciuto possiede, ossia un linguaggio con una complessa sintassi e una ricca semantica che possono continuamente arricchirsi.

L’originalità del linguaggio umano non riguarda soltanto lo straordinario numero di suoni che noi chiamiamo parole, senza eguali nel mondo animale, ma risiede nella continua e costante capacità di produrre parole nuove.

Inoltre, la nostra grammatica è generativa, come appunto diceva Noam Chomsky, perché grazie ad essa mettiamo insieme le parole per produrre enunciati nuovi.

Questo significa che il linguaggio umano non è un mero archivio, più o meno ampio, di risposte agli stimoli ambientali, come volevano i comportamentisti, ma è una sperimentazione quotidiana di costruzione infinita di enunciati, pur partendo da un numero grande, ma finito di parole.

L’Homo, a differenza degli altri animali, sembra possedere una sorta di ricetta, una «grammatica», per elaborare un linguaggio così ricco, con potenzialità di espressione praticamente infinite, ed è per questo che Noam Chomsky la definisce generativa. Inoltre, questa «grammatica» è anche «universale», perché ogni bambino è in grado di acquisire in pochissimo tempo il linguaggio complesso degli adulti, e di esprimere enunciati nuovi e mai appresi prima. Gary Marcus sostiene che prima dei tre anni di vita, ogni bambino è in grado di apprendere circa sei parole nuove al giorno, e se i genitori e la scuola fossero attenti a queste scoperte della scienza cognitiva potrebbero forse diventare una valida alternativa alla televisione. La quale, peraltro, insegna anche lei parole nuove, ma in un contesto che non sempre è quello migliore, oppure equilibrato e tanto meno affettivamente significativo, come può esserlo, quando lo è, quello famigliare e scolastico.

I cuccioli d’uomo, conclude Noam Chomsky, nascono dunque con uno schema innato del linguaggio, che oggi definiamo pre-cablatura (è come se la natura ci avesse fornito dei binari mentali e la cultura decidesse quale treno far passare su questi binari, se dotarci di un treno e a quale velocità farlo procedere. Lo schema innato o pre-cablatura permette di apprendere e sviluppare in piena autonomia una qualsiasi lingua. Essa è innata ed è una «grammatica universale e generativa» che appartiene solo all’uomo.

Secondo alcuni, l’idea innatista di Chomsky va superata.

Per esempio, in ambito darwiniano si ritiene che la specie umana abbia acquisito questo carattere nuovo e unico e che dunque non si tratti di una pre-cablatura. Tuttavia, a causa dell’immaterialità del linguaggio umano (proprio perché affidato al suono della parola), è molto difficile, se non impossibile, che un paleoantropologo riesca a documentare quando e come i primati umani hanno acquisito la «grammatica universale generativa», iniziando ad esprimersi mediante un linguaggio vocale che dal semplice si è andato trasformando in complesso.

Possiamo però cercare di capire qualche cosa in più circa il nostro linguaggio studiando il cervello umano.

Vi sono due aree cerebrali primarie associate al linguaggio: l’area di Broca, situata nella corteccia frontale sinistra e l’area di Wernicke, nel lobo temporale sinistro, comparse nel cervello dei nostri antenati circa due milioni di anni fa. Indicativamente, siamo nel periodo in cui sulla Terra non esisteva ancora la nostra specie, quella dei sedicenti sapiens, ma iniziavano ad apparire i primi erectus.

Nasce così il seguente problema: in termini adattattivi, quale significato possiamo attribuire all’emergere delle due aree cerebrali deputate al linguaggio due milioni di anni prima rispetto alla reale possibilità di parlare?

Un’ ulteriore questione posta dagli paleoantropologi è relativa all’evoluzione dell’apparato fonoarticolatorio, quello che produce i suoni indispensabili ad un linguaggio complesso. Tale moderno apparato, con la laringe sopra la trachea e la conseguente possibilità di modulare una quantità enorme di suoni, è apparsa circa 300.000 anni fa. A ciò si aggiunge il fatto che alcuni geni, come il FOXP2, coinvolti nell’articolazione del  linguaggio, hanno assunto la loro forma recente non più di 200.000 anni fa.

Secondo questi presupposti sembra dunque che il linguaggio complesso sia effettivamente nato con la nostra specie, Homo sapiens, ma penso che l’idea della pre-cablatura non sia da rifiutare totalmente. Nulla vieta di supporre in effetti che anche la comparsa di una funzione, come quella linguistica, sia programmata nel tempo, ossia pre-cablata in uno strumento (l’apparato fonoarticolatorio) che compare molti anni prima. La Natura ha bisogno di tempo per specializzarsi e lo fa attraverso tentativi di miglioramento che vanno via via a perfezionare le strategie in funzione dello scopo che vuole raggiungere.

Quali insegnamenti possiamo trarre da questa lezione di Antropologia della Mente?

Che tutte le cose che si evolvono hanno una dimensione necessariamente temporale, altrimenti non potremmo parlare di evoluzione, ma esse sono comunque inserite in un programma naturale a termine che ci viene fornito dal mistero di cui siamo una fra le tante espressioni: la Natura.

Poi, se qualcuno, come me, considera la Natura espressione del divino, si tratta di una questione di libera fede, e cioè di libera scelta, in sostanza di ragionevole possibilità. Se altri invece considerano la Natura come una espressione casuale dell’evoluzione, continueranno legittimamente a chiedersi perché questo caso è meravigliosamente organizzato secondo tempo e spazio, e secondo prospettive che continuano a sfuggire la comprensione definitiva. Ma, in questo caso, questi ultimi avranno fede nella scienza, nel futuro della ricerca, dicendo che quello che oggi ignoriamo lo conosceremo certamente in futuro.

In definitiva, in entrambi i casi si ha fede, ed ecco perché anche gli atei non sanno di credere

Ma in fondo è meglio così, altrimenti di che libero arbitrio si potrebbe parlare?

E sarebbe vana anche la differenza fra chi ascolta e chi non vuole ascoltare, perché il linguaggio è una possibilità di chi sa ascoltare, ma anche di chi può tacere.

-

Alessandro Bertirotti

——————————————————————–

——————————————————————–

Print Friendly

Potrebbero interessarti anche:

By: prof. Alessandro Bertirotti

Lascia un commento

6 commenti a: “Si può tacere”

  1. elisabetta: 4 agosto 2010 | 16:51 |

    Che si ponga il divino o la causalità come a priori, quello che accomuna è la ricerca, l’indagine i cui risutati si arrichiscono ma anche si smentiscono nel tempo. Infatti tutti coloro che cercano risposte logiche e razionali indagano aree complesse dove il fisiologico si intreccia con lo spirituale e li pone dinnanzi ogni volta a un mutamento, ad una evoluzione. Ogni ricercatore insegue quella verità che esurisca il problema, ma dovrà sempre accontentarsi di risultati parziali se pur validi, che qualcun altro, nel tempo, supererà. La fede nella ricerca è ciò che spinge entrambi verso quell’aggiornamento della comprensione di tutto ciò che è evolutivo e generativo.

  2. Alessandro Bertirotti: 4 agosto 2010 | 18:02 |

    Carissima Elisabetta,
    in effetti e però, la mia analisi vorrebbe proprio dimostrare che il concetto di ricerca “è esso stesso un atto di fede”, che gli agnostici chiamano “ipotesi logica”, come appunto direbbe il mio caro amico Vittorio Vanni. Bene, secondo quello che affermo, penso che la fede sia una “discreta ipotesi logica” e che una ipotesi logica sia una “discreta assunzione di fede”. Questa è l’ottica con la quale ho voluto affrontare il tema, e come sempre Ti sono grato per il contributo alla discussione. :-)

  3. MARINA: 4 agosto 2010 | 18:23 |

    Taciamo ma rimaniamo onesti con noi stessi, rispettando la propria Verità interiore che, in quanto tale, deve armonizzarsi con le leggi cosmiche. Se la propria verità non rispetta queste leggi non crea armonia ed allora non è dettata dal cuore, ma dall’ego.

  4. elisabetta: 4 agosto 2010 | 19:42 |

    @Alessandro: concordo con “…senza una fede non si dà ricerca”. I complimenti per i tuoi lavori sono per me così scontati che a volte dimentico di dirti quanto apprezzi la tua ricerca.

  5. Alessandro Bertirotti: 5 agosto 2010 | 00:39 |

    Carissima Marina, sono in effetti d’accordo con Te che anche l’ego dovrebbe essere una categoria della mente ed evolutiva da rivedere, alla luce delle attuali condizioni in cui versa l’umanità intera. Ho la sensazione, ma devo ancora studiare con maggiore analisi la cosa, che lo stesso concetto di “ego”, come formazione psicologia troppo autonoma, contenga in sè molto piu aspetti negativi rispetto ai positivi, che si cerca di esaltare sotto forma di “identità”. Ho la sensazione che, per un vero salto qualitativo della vita umana, sia necessario ipotizzare la necessaria morte di qualsiasi forma di ego, anche quella apparentemente necessaria con la quale affermiamo che possiamo “realizzare noi stessi”. Forse, anche il concetto di “realizzazione di sè” dovrebbe essere riformulato in ottica etica, piuttosto che psicolgica… Ci penserò questa Estate e mi hai dato uno spunto interessante, grazie ;-)
    Alessandro.

  6. Alessandro Bertirotti: 5 agosto 2010 | 00:41 |

    Carissima Elisabetta, circa il nostro concordare su questioni “essenziali” non ho mai nutrito dubbi, e Ti ringrazio sempre per il Tuo sostegno, ;-)

Commenta




  • PROMOZIONE