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Don’t dream your life… live your dreams!!!

Non sognare la tua vita…vivi i tuoi sogni!!!


28
luglio
2010

Mi capita spesso di girovagare per il web alla ricerca di fatti, commenti, opinioni che possano riguardare l’attuale e difficile momento della nostra amata Italia. Del resto, come non essere curiosi di ciò che pensano di noi, ad esempio, gli osservatori stranieri, specie alla luce delle recenti rilevazioni dei vari istituti di ricerca sullo stato di salute economica e sociale del nostro Paese? E così, gira che ti rigira, mi sono imbattuto l’altra sera in un interessante ritratto tracciato dal sito francese lexpress.fr sulla condizione dei giovani italiani.

Affittasi appartamento a Roma“, così esordisce il pezzo del web giornale transalpino riferendosi a un annuncio pubblicato da un’agenzia immobiliare della capitale, che ha ispirato una singolare forma di protesta di un gruppo di ragazzi presentatisi a quell’agenzia con tanto di bottiglie di spumante. Una manifestazione “festosa” con la quale speravano di attirare l’attenzione sul proprio stato di perenne precarietà economica. Sul fatto che, per quelli della loro età, i più severamente colpiti dalla crisi, è spesso impossibile permettersi l’affitto di un appartamento.

“Volevamo trovare ascolto, parlare del fatto che in molti semplicemente non possono abbandonare la casa dei genitori”, ha spiegato una di loro all’articolista francese. La giovane fa parte del gruppo “Fai la valigia”, un’associazione già protagonista di analoghe iniziative la cui ragione sociale è chiaramente indicata nel nome. I giovani italiani sono spesso bersaglio di prese in giro a causa della propensione a restare a tempo indeterminato nel grembo materno tanto da guadagnarsi, loro malgrado, il soprannome di “bamboccioni“.

Secondo l’Istat, oggi il 60% dei giovani tra i 18 e i 34 anni vivono ancora con i genitori, una proporzione che è quasi triplicata rispetto alla metà degli anni ’80. Già prima della crisi trovare un impiego stabile per un giovane italiano si trasformava in un percorso ad ostacoli: senza raccomandazioni, non si poteva certo sperare di accedere a uno dei rari “posti al sole” nel settore pubblico, mentre in quello privato le imprese ricorrevano spesso a contratti a tempo determinato. Senza dimenticare che appunto il fenomeno del precariato è andato accentuandosi a causa della recessione di questi anni.

Sempre l’Istat, rileva che negli ultimi 12 mesi quasi l’80% dei posti di lavoro persi in Italia hanno riguardato persone di età compresa tra i 18 e i 29 anni, registrando una diminuzione quasi tre volte maggiore in proporzione alla popolazione generale. L’Italia, d’altra parte, è il paese europeo che conta il più grande numero di giovani disoccupati: più di due milioni, che non hanno né lavorato né proseguito gli studi nel corso del 2009. Ed è proprio da tali statistiche che si evince come il rimanere a casa dei genitori non è affatto una scelta diretta di questi giovani.

A leggere tali dati – ma anche quelli forniti da Cnel e Svimez che individuano proprio i giovani, accanto a operai e meridionali in genere, fra i soggetti più sofferenti – i motivi economici e la cronica difficoltà a trovare un lavoro stabile sono la prima ragione per spiegare questo fatto. “Se potessi, se avessi un lavoro che mi desse maggiore stabilità, andrei via di casa domani”, testimonia un altro ragazzo di “Fai la valigia”, che non può prendersi l’impegno di pagare un affitto tutti i mesi vista la precarietà del suo contratto di lavoro.

A parere della sociologa Chiara Saraceno, “questa tendenza è preoccupante non solo per i giovani ma per il futuro del Paese nel suo complesso”. Come darle torto? Con un’entrata tardiva nel mercato del lavoro e una carriera segnata dall’insicurezza professionale, questa generazione è di fatto costretta ad aspettare per fondare una propria famiglia. “E’ la generazione che sopporta il fardello di una società che invecchia, di una società che investe molto poco per i giovani e che porta sulle proprie spalle il costo della crisi economica e dei cambiamenti del mercato del lavoro”, afferma la Saraceno. Sottolineando pure il rischio, ormai sempre più prossimo a trasformarsi in amara certezza, che i giovani d’oggi passeranno alla storia come la “generazione perduta”.

Franco Ferrarotti, altro celebre sociologo della penisola, non è più ottimista della sua collega. Secondo lui, i giovani italiani non hanno ormai altra scelta che “imparare lingue straniere e partire alla volta dell’estero”. “Ciò che è veramente tragico in Italia è che la famiglia resta un valore forte ma fondarne una costa molto caro, quindi senza gli immigrati il tasso di crescita della popolazione sarebbe negativo”, aggiunge sommessamente Ferrarotti.

Insomma, è come un lento suicidio! Vuoi vedere che alla fine aveva ragione Pier Luigi Celli? Tutti ricorderanno il clamore suscitato dalla lettera aperta con la quale l’alto papavero, lo scorso autunno, suggerì al proprio figliolo universitario, a dispetto degli indubbi mezzi di famiglia, di lasciare il nostro Paese “in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque o un centesimo di una velina o di un tronista…”. Ne scaturì un acceso dibattito tra “antidisfattisti” da un lato, infastiditi dall’oltraggio arrecato all’italica immagine, e realisti padri di famiglia dall’altro, in pena per l’avvenire dei propri figli nella patria delle raccomandazioni e del nepotismo, una patria oggettivamente matrigna e assassina del merito e dell’equità sociale.

Chi più di altri si oppose a cotanta rassegnazione, ca va sans dire, fu il nostro Presidente del Consiglio che reagì in quell’occasione descrivendo invece lo Stivale alla stregua di una piccola America, dove chi vale riesce ad affermarsi nella vita senza imprevisti e difficoltà. E senza, a suo parere, bisogno di ricorrere a padrini e notabili. Tesi ripresa e rafforzata dal ministro Brunetta, il nemico dei “bamboccioni”, tanto per fornirle l’imprimatur del più acclamato esponente del governo agli occhi di un’incantata opinione pubblica.

Bene, o male, a distanza di qualche mese le cronache mondane ci raccontano di un avvenimento che forse meglio chiarisce il concetto di opportunità e di merito oggi imperante. Perchè in questa settimana, in casa Berlusconi, si è festeggiata l’erede Barbara laureatasi in filosofia all’Università San Raffaele di Milano, davanti ad un premier visibilmente emozionato, con il massimo dei voti: 110 e lode. “Ho cinque figli uno più bravo dell’altro, non saprei fare la classifica”, ha commentato orgoglioso papà Silvio, circondato dalle telecamere.

Certo, penseranno in molti, ora Berlusconi mica farà come quello scellerato di un Celli invitando la figlia ad abbandonare la “Magic Italia”? Macchè, non è da lui… E infatti, coerentemente alla propria visione, lui spalanca a Barbara le porte delle aziende paterne: “Credo che il mio gruppo sia così vasto da poter offrire molte occasioni a chi ha voglia di fare come Barbara. Vedremo”. Fin qui niente di male, ognuno è libero di fare ciò che vuole in casa propria, a maggior ragione per i propri figli. E poi, in fondo, se in Italia trovano facilmente sistemazione pupe e veline figurarsi una giovane laureatasi a pieni voti!

Tuttavia, la neo dottoressa, a stretto giro di intervista, si precipita al Corriere per far sapere che “non vorrei fare un percorso già segnato perché sono la figlia di Silvio Berlusconi. Vorrei frequentare un master in Economia, magari all’estero”. All’estero?  Ma come, quoque tu… ridotta al rango di un Celli qualunque! Ed eccoti sbucare improvvisa una proposta di lavoro di quelle che non si possono rifiutare.

Il rettore del San Raffaele, don Verzé… si, l’amico di famiglia… nel bel mezzo della cerimonia di laurea si rivolge a Barbara – ed unicamente a lei – annunciandole di essere pronto a far nascere una facoltà di Economia presso la sua Università e proponendole di diventarne docente. Favoritismi? Ma no, suvvia… perchè cedere a retro pensieri? Probabilmente, gli altri ragazzi in quella sala, ragazzi che finiranno per vivere ancora a lungo sotto l’ala protettiva dei rispettivi genitori, intenti ogni santo giorno a inviare curriculum e a consultare il giornalino dei concorsi, si saranno pure laureati ma non varranno certo quanto l’illustre genita.

Eppure, qualcuno che pensa male ancora esiste e resiste in questo diffidente Paese, talmente diffidente che vuole affidarsi alle tanto osteggiate intercettazioni per avere conto – perchè no? – proprio del cattivo esercizio del potere da parte dei rappresentanti pubblici. Su Repubblica, ad esempio, dove l’indignata professoressa Roberta De Monticelli, docente presso la stessa Università San Raffaele esclusa da quella commissione di laurea, ha scritto una lettera indignata per esternare il proprio disappunto e prendere le distanze dal rettore.

Per dissociarsi pubblicamente da “una violazione non solo del principio della pari dignità formale degli studenti, non solo della forma e della sostanza di un atto pubblico quale una proclamazione di laurea… ma anche dei requisiti etici di una istituzione universitaria d’eccellenza quale l’Università San Raffaele giustamente aspira a essere”. E ancora, per dissociarsi dalla logica che sottende alle parole di don Verzé, “logica che da una vita combatto, come combatto da sempre il corporativismo e i sistemi clientelari dell’Università italiana, e il progressivo affossamento di tutti i criteri di eccellenza e di merito…”.

Mamma mia… Davvero negli atenei italiani, pubblici o privati che siano, ancora accadono cose del genere? Davvero ancora esistono baronati e scorciatoie? Davvero la formazione dei nostri giovani, di quegli stessi giovani condannati dal sistema al ruolo di “bamboccioni” senza dignità e prospettive, è affidata a centrali, neanche tanto occulte, del torbido interesse? Povera Gelmini, chissà cosa ne dirà lei che tanto si è battuta per instaurare il merito, le regole e la trasparenza nel sistema universitario italiano. E chissà cosa ne diranno gli osservatori stranieri, come quelli francesi che hanno introdotto queste mie riflessioni, sempre così accorti (forse più di quelli indigeni) quando si tratta di “intercettare” gli inascoltati stati d’animo del nostro ventre nazionale.

Quasi quasi, dopo le ennesime parole impresse con la mia tastiera, mi riscopro concorde coi cattedratici Saraceno e Ferrarotti, ma soprattutto coi ragazzi di “Fai la valigia” e con l’afflitto genitore Pier Luigi Celli. Io, “randagio” e disilluso pensatore meridionale, figlio di quella Lucania prima in Italia per disoccupazione ed emigrazione giovanile, che due fratelli li ho visto per davvero acconciare i bagagli e partire alla volta del Nord… In cerca di una più “comoda” precarietà.

David Incamicia

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By: David Incamicia

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2 commenti a: “La “generazione perduta”…”

  1. Giuseppe Rossi: 15 agosto 2010 | 11:13 |

    Condivido la tua riflessione. Sono un quarantenne, quindi un poco più vecchio della generazione perduta che descrivi. La sensazione è quella di essere l’ultimo… in tutto. Ad esempio: ho preso l’ultimo treno per poter diventare un insegnante di ruolo nella scuola italiana: dopo di me il diluvio. Sono sorte abilitazioni traverse o scuole universitarie, ma non c’è più stata una vera regolamentazione per dare lavoro alle migliaia di persone che hanno studiato e lavorato – da precarie – per svolgere questo lavoro.
    E’ come aver preso l’ultimo treno.
    E chi viene dopo?
    Ma è un po’ dappertutto così. Capisco bene la tentazione (o meglio la scelta) di andarsene all’estero, dove alcuni miei amici (laureati in economia, in ingegneria…) hanno trovato quello che il paese che li ha formati non ha poi saputo offrire: un lavoro serio.
    Buon ferragosto.
    PS – ti ho linkato e commentato sul mio blog

  2. David Incamicia: 15 agosto 2010 | 16:57 |

    Caro Giuseppe, ti ringrazio per la condivisione. L’espressione “ultimo treno” è calzante come non mai. Nella scuola specialmente… Di certo non può essere piacevole, seppur come semplice provocazione, paventare e suggerire ai giovani italiani di emigrare alla volta dell’estero. E’ un guado spietato, soprattutto sul piano dei valori: scelgo di affermarmi professionalmente e mi allontano dagli affetti, oppure rimango accanto a questi ultimi sacrificando ogni prospettiva e opportunità e calpestando i tanti sacrifici fatti con lo studio? Rispondere non è cosa da poco. Bisogna viverle sulla pelle di simili esperienze, come è capitato ai miei familiari, per provare solo a descriverne la desolazione…
    Buon ferragosto anche a te e complimenti per il tuo blog.

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