Non credo che questo periodo storico sia caratterizzato in Occidente solo da novità eclatanti e davvero rivoluzionarie, come spesso si crede.
È indubbio che il Novecento sia stato un secolo importante dal punto di vista dell’accelerazione tecnologica, e che dunque all’interno del suoi anni si sia assistito ad un aumento esponenziale della qualità della vita in generale, e (forse anche) per un numero crescente di classi sociali. Ma è altrettanto vero che la percezione che gli individui hanno avuto di questa accelerazione è stata quasi pari al valore zero, perché effettuata secondo un dinamismo mentale, che è sostanzialmente di matrice economica, costante e tenace nel tempo: la dipendenza da.
Mi spiego meglio.
La creazione della dipendenza nella mente di un individuo ossia di quella situazione mentale in cui avverto come crescente la necessità di dover legare la mia realizzazione esistenziale a qualche cosa di esterno a me, avviene seguendo almeno due strade parallele: l’inserimento di un fattore di novità nella vita quotidiana, e la formazione nella mente individuale, di atteggiamenti quotidiani che stimolano l’appropriarsi di questa novità.
Facciamo l’esempio del sacrosanto cellulare. Quando ero adolescente in casa mia, dove vivevano tre figli con unico stipendio paterno da impiegato e madre casalinga, non era permesso a nessuno di noi fratelli accedere al telefono con facilità. Questo veniva concesso, solo per telefonate importanti, valutate dalla madre oppure dal padre come tali, e secondo una “tempistica” decisamente essenziale. Quando si voleva parlare con la propria fidanzatina, o fidanzatino per mia sorella, ci si doveva organizzare preventivamente: recuperare un numero sufficiente di gettoni telefonici e recarci al bar sotto casa, oppure in una cabina telefonica, e gestire autonomamente la comunicazione.
Spiegata oggi ai nostri adolescenti questa “storia apparentemente macchinosa” sembra primitiva, eppure io e i miei fratelli non siamo cresciuti con traumi telecomunicativi tanto da considerarci oggi disadattati.
Questo perché? Perché innanzi tutto la mente umana è in grado sempre di adattarsi, quando in condizioni di funzionamento “normale”, a tutte le situazioni e di individuare abbastanza velocemente, le strategie migliori per farlo. Vi erano regole di vita domestica precise nei confronti del telefono, dovevano essere rispettate, altrimenti sarebbero intervenute sanzioni famigliari, e si poteva accedere a comunicazioni seguendo i criteri che tali regole stabilivano. Tutto qui, proprio come accade nei confronti di tutti le cose e di tutte le regole che si riferiscono ad esse. Niente di più.
Il telefono di casa è un oggetto con il quale noi tutti eravamo cresciuti e costituiva un elemento facente parte della vita famigliare, come accade per molti altri oggetti tecnologicamente evoluti. Il telefonare dunque, secondo quelle regole, era qualche cosa che la mente dei figli elaborava e acquisiva quotidianamente, proprio attraverso l’applicazione delle regole stesse. In effetti, ogni applicazione di regola mette la mante umana nelle condizioni di valutare se detta regola è valida sempre nel tempo, oppure se in alcune circostanze può essere disattesa. E proprio grazie a questo processo mentale nasce, nel caso del telefono fisso in famiglia, il concetto di telefonata urgente, che veniva ovviamente permessa. E l’urgenza della telefonata era discussa in famiglia tra un figlio ed un genitore, spiegando sia le motivazioni di tale valutazione sia il risultato che si sperava di ottenere nel fare quella particolare telefonata.
Ecco come si forma un atteggiamento mentale verso un’azione: applicando regole di condotta verso l’oggetto, abituandosi lentamente a sentirne l’utilità, aggiornando continuamente le definizioni circa il rapporto che si può stabilire con questo oggetto, percependone la necessità in relazione a quanto maggiore è il suo uso.
Ciò che ho appena descritto avviene ogni volta che si presentano cose come nuove, e che si rivelano in seguito alla mente come oggetti o situazioni delle quali ci pare impossibile pensare che non siano sempre esistite. Nel caso del cellulare, l’esempio di come un adulto lo utilizza è fondamentale per un adolescente, come del resto nei confronti di qualsiasi cosa. Se anche un genitore fa uso spasmodico di questo mezzo, è davvero difficile che sorga nel figlio adolescente l’idea che il cellulare sia solo uno strumento e non espressione di un bisogno esagerato. Se il figlio si rende conto che questo mezzo, quando assente, mette in crisi il padre che va a passeggio con la famiglia, mi sembra naturale che lentamente nasca nel figlio l’idea che il cellulare rappresenta un relazione affettiva predominante e senza della quale quella famigliare perde significato.
Doloroso ammetterlo, ma così siamo in questo mondo.
Dipendenti da una ignoranza diffusa, senza della quale crediamo di non poter vivere, mentre l’idea consumeristica prende sempre di più il sopravvento. E l’ignoranza diffusa rispetto al cellulare consiste proprio nella non consapevolezza che se ne possa fare a meno, ad esempio, quando usciamo con gli amici oppure la famiglia.
Basterebbe sapere consapevolmente che il cellulare è un oggetto che con un gesto può essere mirabilmente e miracolosamente spento, e che lo posso accendere nel caso di un reale bisogno, magari proprio quello che si è imparato a valutare durante l’era delle telefonate casalinghe urgenti.
Il dramma di questo tipo di dipendenza è quello presente nel nostro rapporto con la televisione, e specialmente di fronte a quei programmi che crediamo ci facciano divertire. Mi sto riferendo ai programmi di intrattenimento, vedendo i quali si pensa di rilassarci non pensando a nulla, ma è proprio in questo nulla che ci abituiamo a credere che non vi sia alternativa.
È così che diventiamo sempre di più bisognosi di essere ignoranti per non scegliere, sviluppando la convinzione che non si possa più scegliere nulla in questo mondo. Se io non sono a conoscenza di possibili alternative di fronte ad una decisione, è logico che anziché scegliere ciò che desidero mi faccio scegliere dalle decisioni altrui.
Liberiamo dunque le nostre menti, e ritorniamo a comprendere che “è meglio un poco di fatica per ottenere la libertà di cercare qualche alternativa in più rispetto a quello che ci viene indicato”.
Almeno, io coltivo ancora questa speranza…
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Alessandro Bertirotti
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By: prof. Alessandro BertirottiLascia un commento
2 commenti a: “Dipendenti dall’ignoranza”
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Alle volte come nel caso del cellulare o di internet, noi in un primo momento scegliamo ma poi, in breve si instaura un legame diretto tra il soggetto l’oggetto , le sue possibili prestazioni e gratificazioni..La dipendenza, l’incapacita di gestire un mezzo dipende dalla nostra forma mentis ,da chi noi siamo ,dalle priorità che abbiamo nella vita.. Comunque carissimo Alessandro, il prendere atto che la mente è plastica,si adatta ed evolve è una grande speranza di cambiamento quando teleolicamente orientata.
Sempre complimenti per il tuo lavoro che conduci con tanta passione e dedizione.
Carissima Elisabetta,
sai che apprezzo sempre le Tue analisi, come il Tuo modo chiaro e diretto di raggiungere il problema, la questione… Quello che sto scoprendo in questo periodo della mia vita, grazie anche alla frequentazione di grandi Maestri e la scoperta della Coscienza solare di Daniel Lumera, con il quale ho iniziato a lavorare e fare un percorso di crescita spirituale, è che ogni problema è funzionale al processo reattivo che ingenera nella mente umana. Ecco perchè il Tuo riferimento alla forma mentis e le Tue parole sono semplicemente sintoniche. Grazie per i complimenti che, proprio così come le hai scritte, posso fare io altrettanto a Te! Cari abbracci, Alessandro e a presto leggerTi,