MyLemon MyLEMON Creativity & Strategic Communication - www.mylemon.it
MyLEMON

DON’T DREAM YOUR LIFE…

LIVE YOUR DREAMS

PrintFriendly
17
giugno
2010

“Chi cerca trova”!

Quante volte ci siamo sentiti dire, dai nostri genitori oppure dai nonni, questa frase? Penso tante, e in molte circostanze differenti. Poiché io credo, e lo sostengo da molto tempo, che la vera saggezza evolutiva di un popolo risieda nella semplice esperienza del vivere quotidiano e non di certo nella cosiddetta accademia, penso anche che, rispetto al caso cui ci stiamo riferendo, la saggezza popolare abbia evidenziato un atteggiamento mentale di importanza fondamentale, anche se ha trascurato altri aspetti della questione.

Ad esempio, ha trascurato che questo detto è valido solo quando si cerca per la prima volta nella vita, perché non vale più, in assoluto, quando il cercare diventa una azione abituale.

Vediamo meglio la cosa.

Quando un bambino dice ai genitori che vuole la palla, le risposte possono essere sostanzialmente di due tipi: insegnarli a cercarla, indicando un metodo (utilizzare gli occhi per ispezionare la stanza dei giochi, cercare, con le mani, se la palla si nasconde dietro qualche mobile o altro giocattolo, suggerirgli di ricordare se l’ultima volta che l’ha utilizzata l’ha anche posata in qualche punto particolare della stanza, e così via), oppure trovare la palla e consegnarla al bambino. Se si segue la prima possibilità si insegna un “metodo di ricerca, basato sull’utilizzazione di capacità presenti nel bambino che possono trasformarsi in abilità generalizzate nel trovare ciò che si cerca. Nel secondo caso, si afferma implicitamente l’inadeguatezza delle eventuali capacità cognitive del bambino, sostituendo gli sforzi che il bambino dovrebbe compiere per realizzare un suo personale desiderio con quelli dei genitori.

La ripetizione nel tempo di uno di questi due atteggiamenti comporta evidentemente un consolidamento della funzionalità mentale verso una direzione o verso l’altra, ma comunque una a discapito dell’altra.

Diciamo subito che io personalmente ritengo che questi due modus operandi non si escludano a vicenda e che sia importante sviluppare primariamente il primo esempio metodologico, mentre il secondo possa essere attuato quando il grado di frustrazione di un eventuale insuccesso rispetto del primo metodo, diventa davvero insopportabile. Se il bambino, dopo una serie di tentativi che si protraggono nel tempo non riesce a trovare la palla, l’intervento genitoriale oppure educativo in genere diventa necessario, altrimenti ottengo il risultato contrario: il bambino crede di non essere in grado di eseguire il compito che peraltro lui stesso ha deciso di seguire, su consiglio dei genitori.

Detto questo, andiamo oltre.

Quando la palla è stata trovata, anche con l’ausilio di ulteriori indicazioni di metodo fornite dagli adulti, il bambino non solo è gratificato dal risultato ottenuto, ma ha compreso che esistono modi per trovare le cose che si nascondono, infatti seguendo i consigli di altre persone è possibile ottenere il risultato sperato. Ha capito, effettivamente, che colui che cerca può anche trovare, facendo attenzione sia al proprio cercare che alle indicazioni che gli vengono fornite.

Questo atteggiamento si ripercuoterà per tutta la vita a venire, se ovviamente gli adulti in famiglia e quelli a scuola confermeranno quanto sia importante adottarlo nei confronti di qualsiasi sforzo personale. Ecco che in futuro, il nostro bambino avrà imparato che, di fronte all’esigenza di trovare ciò che cerca, egli possiede un metodo e nella eventualità che non riesca ad ottenere il risultato sperato, può rivolgersi dapprima agli adulti che lo circondano per ottenere aiuto. Egli in sostanza fa esperienza di un successo ottenuto adottando un metodo e ricorrendo all’aiuto di altre persone. Egli, memorizzerà le strategie per ottenere il successo, ne trarrà un aumento di autostima e la possibilità di estendere, dunque generalizzare, il metodo a tutte le circostanze della vita in cui vorrà trovare qualcosa,

Fare esperienza di un metodo vuol dire mettere in atto questo processo che abbiamo appena descritto, e che dà ragione al titolo che a prima vista appariva in contraddizione. Non si dovrebbe mai dimenticare che in noi è innato l’atteggiamento mentale verso il ragionamento, perché frutto di milioni di anni di evoluzioni, ma sono sempre culturali i metodi adottati per sviluppare questa dimensione innata.

Ora vi chiedo: i genitori operano secondo queste modalità, assieme alla scuola italiana?

Io so solo che in Università devo insegnare questo procedimento ai miei allievi, perché pochi lo hanno già sperimentato e memorizzato.

E non solo loro…

.

Alessandro Bertirotti

——————————————————————–

——————————————————————–

PrintFriendly

Potrebbero interessarti anche:

By: prof. Alessandro Bertirotti

Lascia un commento

4 commenti a: “Cerca solo chi ha già trovato”

  1. Elisabetta Polatti: 17 giugno 2010 | 21:26 |

    L’esperienza non puo essere trasmessa, si impara facendo ma occorre sapere quali strumenti utilizzare, quali strategie impiegare…Il metodo è quella serie di indicazioni che può essere trasmessa e va a formare un abitus mentale evolutivo in quanto attiva il cognitivo dell’altro e lo guida nella sua ricerca personale; il metodo non una montagna di nozioni prefrabbricate ma, è la chiave che conduce al piacere del fare, alla scoperta della rete di relazioni che uniscono le informazioni, le idee e i fatti alla capacità di generalizzare applicando ciò che si è appreso a situazioni nuove. Genitori, insegnanti ed educatori dovrebbero riflettere su questo: si conosce solo se si sono attivate abilità, curiosità, se si cammina sulla strada per diventare competenti.

  2. Alessandro Bertirotti: 17 giugno 2010 | 21:48 |

    Cara Elisabetta, in perfetta linea con quello che ho scritto… e dunque, tanto per non cambiare, concordiamo. In effetti, una delle connotazione che io preferisco del termine “metodo” è proprio “strada, oppure percorso, per andare oltre (meta)”, come Tu non a caso affermi. A presto carissima, Alessandro ;-)

  3. gioia francisci: 23 giugno 2010 | 22:29 |

    La ringrazio perchè leggerla è un piacere e mi trovo spesso in accordo con lei. Mi è molto piaciuta la frase che lei ha scritto sulla saggezza popolare, ma se è vero che la cosiddetta ‘accademia’ non ha poi un ruolo pratico nell’evoluzione del sapere di un popolo perchè ad oggi la scuola vive principalmente di ‘accademismi’? Ho provato personalmente cosa vuol dire provare a stimolare l’innata capacità al ragionamento nei bambini,quello che ne deriva è prima di tutto una forte sensazione di soddisfazione dell’intero gruppo -classe. La partecipazione attiva alla scoperta dei saperi dà gioia e spinge gli individui a mettersi nuovamente alla prova. Ciò che nella scuola interrompe il procedere di questa esperienza, che ha bisogno di tempi appropriati ed obiettivi a lungo termine,in generale è il dovere di attendere alla programmazione ministeriale. Purtroppo nel correre dietro ai traguardi prestabiliti si perdono per strada le persone più deboli,ma anche le più fantasiose,chi non riesce a stare nei ranghi e forse… le più intelligenti.

  4. Alessandro Bertirotti: 25 giugno 2010 | 20:36 |

    Gentile Gioia,
    mi fa ovviamente piacere leggere le Sue parole e dunque capire che siamo d’accordo. Circa la Sua domanda, io credo che ci possano essere due sostanziali risposte. Una polemica che fa riferimento al bieco potere che alcune persone spacciano per scienza, e non voglio dilungarmi su questo punto, perchè penso che sia semplicistico e comunque non utile per la Società che in qualche misura comunque lo subisce. Una ulteriore e seconda risposta che fa appello ad una caratteristica della mente umana, che, in quanto tale, se condivisa per lungo tempo all’interno di una cultrua può diventare, come nel nostro caso, una “mentalità”. La mente tende a conservare costantemente e con un certa tenacia tutte quelle idee che si sono rivelate vincenti per la sopravvivenza. Questo atteggiamento è normale e fondamentale per la formazione del sentimento di sicurezza personale, a sua volta legato a quello dell’autostima. Il nuovo, o meglio la novità, che è un oggetto o situazione che in preciso momento storico incarna l’idea del nuovo, è sempre un poco pauroso… anche quando fa parte di un “vecchio”, come la saggezza popolare, che l’accademia non accetta perchè ritenuta troppo empirica rispetto all’idea della sperimentazione, oppure della formulazione teorica. Il nuovo, inteso come novità, può anche essere “vecchio”, come quando un bambino scopre che una gallina fa le uova non tutti i periodi dell’anno. E’ nuovo per lui, ma non per i nostri antentati allevatori e contadini. Dunque, detto questo, penso che si tratti, la questione dell’ostilità alla sperimentazione saggia e comune a tutti che l’accademia prova, di una dimensione etica più profonda… Forse anche più grave. Penso che l’accettazione del diverso e del nuovo non sia una questione puramente culturale, ma penso che sia una questione anche biologicamente indotta, e che dipende da una situazione evolutiva che giudico essere ancora troppo poco umana e molto istintuale, nella quale si confonde il potere con la dominanza. Penso, come scrivo nel prossimo mio libro che esce a Natale, che la nostra specie debba davvero pensare alla sua evoluzione eliminando il paradigma della vittoria, della vincita, specialmente a scapito della debolezza… Spero di essermi spiegato e di non averla annoiata! A presto leggerLa e comunque grazie, ;-)

Commenta




  • PROMOZIONE