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DON’T DREAM YOUR LIFE…

LIVE YOUR DREAMS

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8
marzo
2010

Vivere è decisamente semplice e complesso al tempo stesso, e perché?

Per un motivo quasi banale, di cui si prende coscienza solo con il crescere: la presenza della memoria.

Per tutta la nostra esistenza, sia coscientemente che incoscientemente, siamo soggetti alle leggi di questa splendida e bellissima facoltà neuro-cognitiva, grazie alla quale creiamo un ponte tra ciò che riteniamo sia stabile in noi e ciò che invece pensiamo sia in evoluzione.

Non è certamente un ponte sul nulla, perché proprio sulla valutazione che ogni sistema culturale opera nei suoi confronti si va elaborando una convinzione relativamente diffusa: la coerenza con se stessi. In effetti, è proprio il concetto di coerenza, che si vuole a tutti i costi eternizzare, a creare i problemi di valutazione morale circa i comportamenti degli individui.

Con l’idea di coerenza non solo creo un ponte cognitivo tra ciò che appartiene al mio passato, oppure a quello di una cultura, ed il presente della mia quotidianità, ma creo anche un modo per giustificare i cambiamenti che intervengono durante la mia personale evoluzione, oppure riguardo quella un’intera società.

Con questa idea invento la possibilità che il tempo sia il frutto di una successione di cause ed effetti, fortemente vincolati fra loro, senza che la mente abbia la possibilità, se non entro precisi limiti storicamente concessi dalla morale corrente, di riformulare un percorso evolutivo diverso. Questo diverso è sinonimo di anormale, strano e poco comprensibile, e nella nostra società occidentale significa spesso anche pericoloso.

E pensare che tutto questo ragionamento deriva dalla presenza nelle nostre azioni e pensieri della memoria.

Ma cosa è la memoria, a cosa serve?

Nella sua definizione più ampia la memoria è una specie di deposito degli avvenimenti e dei pensieri dove ognuno di noi stipa tutto ciò che riguarda la propria vita, anche quegli elementi del proprio passato che si crede di aver dimenticato (inconscio) e, nello stesso tempo, la memoria è il processo che ci riporta questi elementi del passato nel presente. È un po’ la nostra biblioteca, il magazzino dove accumuliamo tutte le conoscenze che riteniamo utili per soddisfare i nostri bisogni ed i nostri desideri. Senza memoria dovremmo ricominciare ogni giorno daccapo e non riusciremmo nemmeno a sopravvivere. In effetti, essa, con il concorso di altre capacità intellettive, come l’immaginazione, l’attenzione, la creatività, etc., permette quel processo di apprendimento senza il quale non sarebbe possibile nessun trasferimento di conoscenze da padre in figlio o da insegnante ad alunno.

Senza memoria la nostra esistenza sarebbe decisamente problematica ed ogni progresso assente dal nostro vivere. Si tratta di una capacità cognitiva fondamentale e non solo per l’uomo, ma per qualsiasi animale. Un leone senza memoria non saprebbe più come dare la caccia alle antilopi o non ricorderebbe l’ubicazione della più vicina pozza d’acqua.

Negli anni ’50, ci si rende conto che il processo di memorizzazione non è qualcosa di coerente ed unico, ossia un procedimento mentale che procede secondo cause ed effetti precisi e rintracciabili con precisione nella vita di ogni individuo, e dunque anche in quella di ogni cultura umana. Influenzati dalla scienza dei calcolatori si sviluppano modelli interpretativi della memoria umana, e si fa strada l’idea che la memoria sia un complesso di sistemi interconnessi ognuno con proprie specifiche proprietà. Questa concezione multiprocesso o multimodalità è introdotta dai ricercatori Atkinson e Shiffrin (1971 e 1977), che inseriscono nelle attività della memoria i sensi, il ricordo a breve termine e quello a lungo termine.

Secondo questi due studiosi, l’input esterno/interno, dopo essere stato conservato per un brevissimo tempo in un sistema di memoria sensoriale, viene poi codificato dapprima nella memoria a breve termine, detta anche memoria di lavoro (working memory), ed infine in quella a lungo termine, che è quella permanente. Questo modello ha esercitato un’influenza talmente profonda da meritare la definizione di modello modale della mente, dove modale significa standard. Sebbene altri studiosi, come Johnson e Hirst (1991), abbiano proposto differenti versioni, esso rappresenta ancora il quadro di riferimento generale a cui rapportare qualsiasi riflessione e discussione sull’organizzazione mnemonica della mente.

In effetti, l’individuazione delle varie componenti della memoria, che si possono studiare e descrivere separatamente, permette di compiere enormi progressi nella comprensione del suo funzionamento. Questi tre comparti, memoria sensoriale, memoria a breve e a lungo termine, sono caratterizzati da una funzione primaria (il ruolo svolto nel processo di ritenzione dei dati interni ed esterni alla persona), da una capienza (la quantità di informazioni che può ritenere) ed una durata, il periodo di tempo all’interno del quale è possibile trattenere un set di informazioni.

È un processo che si può dividere dunque in tre fasi di memorizzazione ed una di recupero, per un totale di quattro:

  • La registrazione sensoriale, che è la fase in cui lo stimolo sensoriale esterno/interno entra nel nostro sistema di annotazione.
  • L’informazione entra per la prima volta nel nostro sistema della memoria, attraverso uno degli organi di senso di cui siamo provvisti (vista, udito, olfatto, tatto e gusto), e viene immagazzinata nel nostro primo sistema di memoria: il deposito sensoriale.
  • La codificazione, che è la fase in cui l’informazione passa dalla memoria a breve termine a quella a lungo termine, per essere memorizzata in modo più stabile e duraturo.
  • La rievocazione o recupero dei dati archiviati, che è la fase inversa, ossia quando si recupera l’informazione precedentemente archiviata.

La memoria si rende visibile a noi stessi e agli altri nel suo atto finale: il ricordare. I ricordi possono essere immagini, sensazioni, colori, esperienze o piuttosto date, formule e nozioni. Tutti elementi che sono parte integrante del nostra identità, di quel sentimento/percezione che ci fa dire di essere in un certo modo.

Anche il concetto di essere persona è impregnato dal ricordo e dalla certezza di essere uguali a noi stessi, nonostante che domani sapremo più di oggi, senza aver scordato ciò che eravamo, e di porre le basi di ciò che diventeremo. Ecco perché pensare ed osservare significano nello stesso tempo confrontare e recuperare informazioni e stimoli preesistenti, ossia sfruttare ciò che già sappiamo, nella dimensione in cui ci serve per ottimizzare il risultato di questo momento.

Il ricordo, in qualsiasi modo lo si intenda o lo si voglia connotare, è essenzialmente legato alla nostra identità ed alle nostre abitudini, e grazie ad esso rivivono in noi, tanto miracolosamente quanto immanentemente, immagini e concetti, richiamati da zone forse recondite della nostra mente. È piacevole immaginare la memoria come uno spazioso magazzino in cui, momento dopo momento, operai addetti allo smistamento costituiscono pacchetti o casse di ricordi, identificandoli con etichette di riconoscimento o codici a barre, per poterli identificare nel caso li si debba ricercare. Ed ogni set posto in un luogo diverso, perfettamente riconoscibile, come se tutto si svolgesse in una efficientissima industria germanica. In un certo senso, non siamo così lontani dalla realtà, ma in più sappiamo che ogni ricordo è carico di emozioni e sensazioni talora piacevoli talora meno. Quindi, i nostri operai incominceranno a riporre i pacchetti gli uni vicini agli altri, se troveranno riferimenti simili. Accosteranno per età, per forma, per dimensione e se troveranno memorie dolorose le raggrupperanno in un angolo forse recondito, mentre quelle gioiose rimarranno più in vista.

Tutto qui? Ma chi decreterà dove riporre un ricordo, in quale scaffale adattarlo? Verrà adottato un metodo cronologico? Per le nozioni scolastiche potrebbe anche funzionare, difficilmente accadrebbe per i risvolti emotivi. Verranno unite donne con donne, giocattoli con giocattoli, automobili con automobili?

Bene, e i sogni?

Ecco che allora questo magazzino naturale si trasforma in una vera e propria officina che, oltre alla sistemazione dei nuovi ricordi, si deve occupare di spostare continuamente quelli vecchi per tenere saldi i legami instaurati tra di loro. In questo modo una fotografia delle elementari viaggerà per cognomi, volti, voti, frustrazioni e gite scolastiche, senza mai fermarsi a meno di non perdersi…

Sì certo, perdersi.

Come quei ricordi che cadono in disuso, perché dimenticati in luoghi che non appartengono alla propria identità, oppure appositamente nascosti dagli operai. Accettiamo di buon grado la naturale selettività della memoria per cui i ricordi si sfumano con il tempo e possono anche perdersi nella marea di pacchetti che ogni giorno si sovrappongono nel magazzino, ma apprezziamo meno il significato dell’oblio, appositamente sviluppato dal nostro subconscio.

Ci sorprende spesso il fatto che alcuni ricordi, correlati per vari motivi ad una situazione critica del nostro essere, spariscono irrimediabilmente dalla nostra memoria, per acquattarsi nel profondo della nostra vita. La memoria è un aiuto che ci offre la nostra mente e come tale è un suggeritore talora imprevedibile ma mai scorretto. Spesso ci prospetta immagini sgradevoli, ci proietta sensazioni che non avremmo voluto evocare ed altre volte ci inibisce al recupero di elementi conosciuti e padroneggiati fino ad un momento prima, ed in tutto questo abita spesso un particolare tipo di evento esistenziale: il miracolo

Il segno della possibilità di trasformarci nella incoerenza che evolve il mistero della nostra vita.

Senza miracoli, dunque senza segni, non vale la pena nemmeno ricordare quello che eravamo, perché continueremo ad essere quello che non vogliamo…

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Alessandro Bertirotti

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By: prof. Alessandro Bertirotti

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3 commenti a: “La mente del miracolo”

  1. Elisabetta Polatti: 1 luglio 2010 | 13:15 |

    Io non credo che possiamo ricordare chi eravamo, ma possiamo avere delle tracce mnestiche del passato ancestrale dell’uomo.Il leone ,senza memoria, non saprà cacciare la sua preda, ma l’uomo, a differenza dell’animale, possiede insiti fin dalla nascita, ricordi dell’evoluzione umana: tracce di una coscienza collettiva e personale che possono riaffiorare nel sonno durante il sogno nel momento in cui la censura del precoscio viene meno.Ma se il contenuto onirico viene mascherato, come possiamo riconoscerne il messaggio simbolico sotteso?

  2. Elisabetta Polatti: 1 luglio 2010 | 13:16 |

    il commento precedente è di Giulia Giuditta Ciurlia, mia figlia.

  3. Alessandro Bertirotti: 3 luglio 2010 | 18:33 |

    Cara Giulia,
    beh, se non possiamo ricordare chi eravamo significa che nemmeno ora sappiamo chi siamo! E in questi termini hai ragione, nel senso che dici, secondo, qualcosa di molto vicino alla realtà della natura umana, che sembra in effetti essersi dimenticata di cercare proprio questo: il “chi è” l’uomo, senza evidenziare le parti, ma considerarlo nella sue tre fondamentali relazioni, ossia il corpo, il cervello e la loro sintesi che è la mente. La quale, ovviamente è sempre e solo culturalmente determinata, se la collochiamo qui, nell’immanenza. Altrimenti, potrebbe essere una memoria parziale di qualcosa di ancestrale e non immanente… In queste ultime parole, vi è la risposta alla Tua domanda e si tratta di una risposta apparentemente oscura, ma che se invece la consideri nella sua valenza filosofica e la rapporti alla Tua personale esperienza di vita, acquisterà significato… altrimenti, fammi sapere… ;-)

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