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DON’T DREAM YOUR LIFE…

LIVE YOUR DREAMS

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6
gennaio
2010

Il periodo storico che il mondo sta vivendo è decisamente interessante, conturbante e per molti versi stimolante.
Non ci si riferisce alla problematica terroristica che, oltre a minacciare l’intero pianeta, costituisce l’espressione forse finale di una esistenza tragica. Si fa invece riferimento alla perdita costante e continua (oltre che progressiva) di un antico e biologicamente importante sentimento umano: il senso di appartenenza.
L’individuo non può permettersi di vivere isolato, sebbene molte siano le persone che hanno la netta sensa-zione di essere sole. La nostra umanità, nascosta ma presente in ognuno di noi, necessita di comunicazione con ciò che è apparentemente diverso da noi, altro e persino a volte irraggiungibile. Prima dell’avvento di Internet, una sorta di noosfera tecnologica, i singoli individui potevano vantare la pretesa di sentirsi originali ed unici nei loro pensieri.
Si poteva anche sostenere, fino ad arrivare a crederci con una certa convinzione, che il nostro microcosmo potesse coincidere con un macrocosmo più generale. Oggi, tutto questo non è più possibile perché Internet ci permette (oserei dire ci impone) una dimensione cognitiva necessariamente antropologica, ossia evolutiva e globocentrica.
Con il termine cervello ci riferiamo ad una parte precisa del corpo umano, come accade quando parliamo di un qualsiasi altro organo. Il cervello è collocato nella scatola cranica dalla quale parte l’intero sistema nervoso, sia centrale che periferico.
Tutte le funzioni, ossia le azioni, che gli organi umani svolgono permettono di vivere, anche se non le vediamo direttamente, mentre ci accorgiamo quasi sempre del risultato di queste funzioni.
Stabilire una distinzione fra azioni e risultati fisiologici è importante quando si vuole, come nel nostro caso, fondare il paradigma teorico di una nuova disciplina. In effetti, solo comprendendo a fondo quanto i risultati siano le conseguenze di una azione fisiologicamente determinata, saremo in grado di ragionare sulle conseguenze delle azioni cerebrali, ossia sulla mente.
In questa ottica, l’Antropologia della Mente, disciplina che si inserisce nel solco più generale delle neuroscienze, si occupa dell’evoluzione della mente umana, intesa come l’insieme delle conseguenze filogenetiche ed ontogenetiche delle azioni cerebrali. Eppure, se la disciplina si limitasse a considerare la mente come il mero risultato del funzionamento cerebrale sarebbe assimilabile ad una sorta di neurologia applicata.
Il cervello è in effetti un organo del tutto speciale, perché le sue azioni subiscono continue modifiche in relazione alle azioni degli altri cervelli umani con i quali viene ad incontrarsi e dell’ambiente esterno nel quale opera. Per fare un esempio, mentre il fegato agisce come fegato, indipendentemente dal suo trovarsi in una geografia diversa rispetto a quella nella quale è cresciuto, ogni volta che “portiamo” il cervello in altri luoghi, anche se la funzionalità rimane identica dal punto di vista neurologico, il risultato cognitivo di questo suo agire è decisamente diverso, proprio perché legato alle condizioni esterne nelle quali viene a trovarsi. Il cervello è dunque un organo altamente reattivo e la sua funzionalità dipende sia da fattori endogeno-fisici che da fattori esogeno-culturali.
Come possiamo definire l’incontro di queste due funzionalità? Con il termine mente e mentalità.
La mentalità diventa così il risultato storico e congiunto delle azioni cerebrali interne all’individuo, durante l’incontro con l’ambiente esterno, abitato da storie personali altrui e geografie sotto forma di cultura. Tale incontro è talmente insito nella vita quotidiana del nostro cervello che non è possibile tracciare una linea di demarcazione netta e precisa che separi la funzionalità cerebrale individuale dalla modificazione di tale funzionalità, in seguito all’incontro con altri cervelli ed ambienti. In sostanza, non è possibile individuare con certezza dove inizia la mente altrui e termina quella propria. La nostra vita si esplica all’interno di un continuum mentale, nel quale perdiamo di vista l’inizio delle nostre azioni e le conseguenze che esse comportano negli altri.
In questa prospettiva si colloca l’Antropologia della Mente, grazie alla quale si studia la formazione, all’interno del sistema della cultura, della cosiddetta mentalità, che appunto possiamo definire come il risultato di azioni e conseguenze (ad esse?) compartecipate da parte di un gruppo di individui all’interno di un preciso ambiente.

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By: prof. Alessandro Bertirotti

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4 commenti a: “Manifesto dell’Antropologia della Mente”

  1. Ines Imbrogno: 6 gennaio 2010 | 22:15 |

    Caro Professore quando lei dice: “Internet ci permette una dimensione cognitiva antropologica…” io aggiungerei che tale dimensione cognitiva è piuttosto confusa. Perchè oggi i tempi sono estremamente veloci; infatti ciascuno di noi non ha più neppure il tempo di decidere “una cosa” (che riguardi la moda, la cultura, la tecnologia, una tendenza)che essa è già inesorabilmente cambiata. Prima occorrevano anni, anche decenni perchè queste cambiassero. Ora invece, sembra che esse cambino di mese in mese e, con loro, credo, cambiamo anche noi. Sembra che siamo costretti a correre dietro noi stessi.
    Quando invece lei parla dell’”importanza di stabilire una distinzione tra azioni e risultati fisiologici”, l’unica risposta fisiologica che mi viene in mente è quella allo stress…
    Viviamo, infatti, sempre, ogni istante della nostra giornata, in una condizione di “Fight or Flight”, e ne consegue che non vi è, a mio avviso, una distinzione fra azione e risultato fisiologico. Sono troppo drastica? Il nostro cervello ha una “capienza” smisurata; in realtà, infatti, utilizziamo poco del potenziale di esso.
    Quando invece parla di “risultato cognitivo dell’agire del cervello” che cambia perchè legato all’apprendimento, io sono d’accordo, proprio perchè, a mio avviso, noi siamo ciò che apprendiamo.
    Ma secondo lei forse apprendiamo male? Data la capienza del nostro cervello non dovremmo esser “confusi” ma riuscire, nonostante la straordinaria velocità del mondo, ad incanalare le informazioni nel modo corretto. Forse il mondo scorre troppo velocemente davanti ai nostri occhi, perchè il nostro cervello si possa adattare ai cambiamenti. Proprio per questo motivo mi sembra che non siamo più in grado di avere un’unica mentalità, capace di adattarsi ai tempi.
    Grazie per la sua attenzione.

  2. Alessandro Bertirotti: 7 gennaio 2010 | 19:37 |

    Carissima Ines,
    inizio dalla Sua fine: sono io che ringrazio Lei per il suo contributo. Non posso che condividere l’analisi che Lei fa del nostro cervello in relazione al mondo di cui egli stesso fa, comunque e sempre, parte. Sì, penso però che forse sia drastica, ma che questo Suo atteggiamento abbia un fondamento. E proprio in quello che Lei afferma: la confusione del mondo attuale, di internet, e della velocità delle cose che cambiano. Vi sono spunti interessanti nel Suo scritto e che cerco di evidenziare, spiegando anche la mia interpretazione, secondo punti elenco:
    1. Il nostro cervello, che manifesta il suo stesso esistere sotto forma di mente conscia ed inconscia, è necessariamente confuso. Senza confusione non avremmo l’intervento della percezione selettiva, che stabilisce quale “percetto” (che è la forma elaborata sotto forma di codice del percepito) debba essere “scelto” come fondamento di probabili e future azioni. In altri termini, i dati, che sono solo stimolazioni, raggiungono confusamente il nostro cervello, che li elabora sotto forma di codici coscienti, per fare il punto di partenza di ulteriori ragionamenti sotto forma di codice ulteriore. Oppure, alcuni stimoli raggiungono la mente inconscia e sono comunque considerati, inconsciamente, come apportatori di modifiche ulteriori. Per fare un esempio di questi stimoli basti pensare a tutte le emozioni, le quali sono codificate solo quando raggiungono la dimensione cosciente, dopo aver “confusamente” condizionato la nostra mente, attraverso una modificazione del soma. Spero di essere stato chiaro, perchè essere anche sintetico in questo campo è difficile.
    2. Ben venga dunque la confusione, perchè il cervello è comunque in grado di operare scelte simultanee, perchè non è seriale come il computer, ma contemporaneo nel suo agire.
    3. La questione è allora, come Lei stessa accenna, sul “come siano in grado di scegliere”, ossia su quale base le persone che oggi possiedono strumenti cognitivi sempre più limitati siano in grado di sviluppare un pensiero che Kant definirebbe “critico”.
    4. Nella mia concezione antropologica, non bisogna avere fretta, ossia credere che il nostro lavoro, come antropologi o come Lei, persona “critica”, ossia in grado di porsi le domande sulle scelte e sui loro perchè, abbia un conclusione prima della nostra morte. Noi, tutti noi, lavoriamo per l’eternità, sia che lo vogliamo sia che non lo si voglia, perchè alla Natura ed alla evoluzione non interessa affatto della nostra morte fisica, quanto del genoma che contenga le informazioni necessarie per l’evoluzione e che si trasmettano le idee.
    5. E’ necessario, secondo me, riappropriarsi del “diritto di scegliere” inteso come il diritto di “scegliere meno e meglio”, sempre il riferimento ai criteri di vita di ogni cultura ed individuo.
    6. La confusione, intesa come “cum-fusione”, non permette di decidere a coloro che sono già confusi sulla propria dimensione antropologica ed esistenziale.

  3. rosanna d.: 8 gennaio 2010 | 03:28 |

    Ogni giorno ciascuno di noi è costretto ad operare delle scelte a cui è portato dalla necessità e non da una vera e propria libertà di pensare.
    Ormai siamo in un mondo dove non c’è nè la possibilità di scegliere meno e meglio nè il cosiddetto diritto di scelta.
    Le porto un esempio:
    Mettiamo a confronto la mentalità occidentale e quella orientale. In quella occidentale riscontriamo che la mente e il pensiero sono plagiati ogni giorno da un mix di informazioni inviate dai media e gli standard cognitivi e mentali, imposti dai più conosciuti social network, riportano ad un unico pensiero ed ad un’unica mentalità che vede “costretta” e “compressa” una libertà di pensiero negata e stereotipata. Di conseguenza essa conduce i “poveri occidentali” a uniformarsi ad un unica visione deviata e performante. Tale visione implica l’impossibilità oggettiva del riappropriarsi del “diritto di scegliere”. Ciò non si verifica nelle culture orientali in quanto, proprio perchè esse, estremamente rappresentate da un più radicato e sentito senso di appartenenza, sviluppano ingegnosamente meccanismi da propinare agli occidentali, che si comportano, sempre più spesso, da pecore incoscienti.
    La nostra società crea, ogni giorno,infatti, degli stereotipi a cui ciascuno si deve necessariamente uniformare per necessità e per status sociale.
    Condivido in gran parte il suo pensiero. Ma oggi, purtroppo, viviamo in un mondo dove non esiste meritocrazia, dove non esiste libertà di pensiero, e nelle poche occasioni che qualcuno coglie per elaborare e manifestare una propria opinione o idea, egli viene “culturalmente o socialmente censurato”.
    Un mio amico che spesso “prende” il diritto di pensare afferma quanto segue:
    “… il pensiero è come il mare, non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare… e così stanno bruciando il mare, stanno uccidendo il mare, stanno piegando il mare”.
    Chi comanda, in sostanza, non tollera, non accetta il libero pensiero…quindi la confusione che domina questi tempi fa parte di questi tempi.

  4. Alessandro Bertirotti: 9 gennaio 2010 | 14:15 |

    Carissima Rosanna,
    innazittutto, La ringrazio per il Suo contributo alla discussione. A primo acchito, si dovrebbe sostenere che Lei ha fatto un’analisi vera della nostra realtà. In effetti, lo è solo in alucune sue parti. Se lo fosse nella sua totalità, avremmo ben poco su cui sperare per il futuro. Mi spiego meglio e partiamo con la definizione, proprio per metterci d’accordo, di libertà. “La libertà è il luogo delle scelte possibili”, e dal punto di vista antropologico dipende da nostro rapporto con l’ambiente nel quale ogni individuo cresce, suo malgrado, ossia nolente. Nessuno di noi, tranne in qualche cultura africana nella quale si sostiene che il bambino operi una scelta dell’utero, chiede di venire al mondo in quella donna, in quel periodo storico e tantomeno in quella geografia. Dunque, la libertà è una costruzione antropologico-biologica dettata da volontà estranee alla nostra iniziale coscienza, e diventa una “possibilità”, all’interno di un preciso recinto, quando la coscienza si trasforma in progetto di vita. Questo è il primo punto su cui possiamo ragionare, nel senso che se siamo d’accordo su questa interpretazione del concetto di libertà antropologicamente intesa, abbiamo anche i margini di intervento elettivo. Nello stesso tempo, nessuno di noi sostiene, tantomeno io, che questa elezione libertaria del pensiero sia una cosa facile. Il pensiero, anche quello più banale, è sempre frutto di un “ex per ire”, ossia di un “da per andare”. Sempre il cervello è movimento e, in quanto tale, si prevede quella necessaria quota di difficoltà, dovuta a forze contrarie sociali, che implica fatica e sofferenza. Sono d’accordo con Lei, però, quando sostiene, anche latentemente, che la difficoltà di porsi un obiettivo è forse creata ad hoc da un sistema consumistico che è giunto al suo capolinea. Il fatto però importante, secondo me, è che tutto questo non vada a formularsi nelle nostre mensi come uno status quo nei confronti del quale non sia possibile scegliere. Quanto sono di fronte a molte possibilità, anche il filosofo Baudrillard, diceva che si è portati ad annullare la scelta stessa. Questo è vero, specialmente oggi e direi, come dice Lei, che è una situazione meditata a tavolino dal potere consumistico. E’ anche vero, però, l’abitidine alla creatività del pensiero, in alcune persone più fortunate, come possiamo essere io e Lei, assieme a tanti altri, ci pone in obbligo sociale e responsabili di fornire strade alternative che permettano a tutti di vivere meglio. Nelle Sue parole, peraltro, traspare assai bene questa intenzione culturale. Altra cosa: la questione Oriente. Se Lei si sta riferendo all’Oriente indiano, indù, posso essere d’accordo con Lei, perchè l’altro Oriente, con al globalizzazione (pensi alla Cina ed al Giappone) è assolutamente occidentalizzato e forse nelle parti peggiori in assoluto. La questione, a me molto cara, è dunque che la relazione Occidente-Oriente deve essere stabilita facendo riferimento ad archetipi comuni perchè antropologicamente determinati dall’evoluzione dell’intera specie. Il mio prossimo articolo qui tratterrà proprio di questo. A presto leggerLa e davvero grazie per il Suo più che prezioso contributo.

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