Accade spesso alla mia età di trovarmi a cena da amici, e lo scrivo anche su feisbuk.
Il sabato sera di un quarantacinquenne è decisamente diverso da quello della gioventù ventenne. A quell’epoca, si va in compagnia alla ricerca del proprio benessere, della propria felicità, anche se nel cuore si sa, senza dirlo, che nessun luogo può effettivamente aiutare a trovare questi due ingredienti vitali. E si scopre presto che è una questione di metodo.
Ora invece, il sabato sera è decisamente bello, anche senza dover fare qualcosa di speciale. Basta stare assieme a cena, chiacchierando di fronte ad un piatto di polenta calda ai funghi, con amici che la pensano in maniera diversa da te. Eh, sì! Quando si frequentano persone che sono troppo spesso d’accordo con noi, ci assale presto un diffuso sentimento di apatia e noia, frutto di un colloquio che non permette repliche, se non la ripetizione del già detto. Ed eccoci alla nostra prima scoperta: il bello non significa speciale, ma spesso è semplicemente ciò che è. E per ognuno di noi il bello ha a che fare con precise convinzioni che si sono maturate nel corso del tempo, di anni il più delle volte. Grazie alla dimensione prettamente antropologica di questa parola, e dunque della bellezza, ogni fatto umano si lega indissolubilmente a colui che ne è autore o attore principale. Questo avviene ovviamente all’interno di ogni cultura, nella quale si sviluppano veri e propri metodi, giusti o sbagliati, che avvicinano oppure allontanano dal raggiungimento di questo obiettivo.
Se proviamo a chiedere a qualcuno che cosa significa il termine bellezza, ciascuno avrà una propria idea, a volte anche fumosa e sfilacciata e difficilmente ricorderà Gillo Dorfless, oppure Ermanno Migliorini, il mio professore di Estetica all’Università di Firenze. Saranno poche, inoltre, le persone che ripenseranno al Teeteto di Platone, nel quale Socrate spiegava la costruzione di ogni essere umano partendo dall’arte della maieutica, applicata da tutte le ostetriche solo alla dimensione fisica del parto, dimenticando quella mentale. E poi, per finire, solo gli addetti ai lavori risponderanno che il termine estetica coinvolgeva nell’antica Grecia i sensi del corpo ed il piacere, e che solo con Alexander Gottlieb Baumgarten, nel 1750, in seguito all’uscita del testo Aesthetica, si comincia ad intendere questo termine come la Scienza del Bello e delle arti liberali.
Ecco perché diventa importante oggi, nel terzo millennio, parlare di bellezza. In questo mondo ci sono troppi cuochi, poche navi e di certo pochissimi comandanti, mentre l’intera umanità procede verso una meta senza fine, perché vede solo la fine. Parlare oggi di bellezza è come riappropriarsi di un atto creativo nel quale si compartecipa lo scopo ultimo del vivere comune: la fiducia verso un metodo che ci porti verso l’incommensurabile pacificazione con noi stessi ed il mondo intero.
Si tratta, come ci ricorda Jean-Luc Marion, di considerare una volta per tutte, e da parte di tutti, ma soprattutto della Scuola, che il termine metodo deriva dalle due parole greche meta ed hodos, e che significa dunque strada per andare oltre. E questo oltre è la bellezza, ricercata in tutte le epoche e tutte le culture, secondo parametri specifici.
La bellezza è antropologicamente indotta secondo uno scopo biologico, grazie al quale si tende a concepire la vita stessa come un insieme di eventi a misura d’uomo e della Natura. Ce lo ricorda Protagora nella sua filosofia antica, perfettamente sintonica con le immagini fornite dalla Positron Emission Tomography (PET), in base alla quale l’azione neuro-cognitiva della corteccia cerebrale tende a configurarsi secondo un metodo che perfettamente integri tutte le esperienze della memoria personale con gli adattamenti del presente, in vista del futuro.
Si definisce costanza cognitiva e, dal mio punto di vista, coinvolge anche la naturale propensione dell’uomo verso la ri-scoperta di Dio, nel tentativo di cercare, attraverso l’alchimia dell’amore, quella complementarietà senza la quale non varrebbe la pena soffrire.
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