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DON’T DREAM YOUR LIFE…

LIVE YOUR DREAMS

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27
dicembre
2009

Cosa sappiamo davvero sul complesso e affascinante mondo delle cellule staminali?
Poco, l’unica cosa che possiamo dire è che le stesse sono la causa di tante polemiche e di numerosi dibattiti che spesso non fanno altro che confondere il lettore.
Quasi quotidianamente ci vengono annunciati successi strepitosi nel campo della ricerca e delle possibili cure che spesso non sono altro che ripetizioni e aggiornamenti di cose già conosciute.
Malati, familiari, addetti ai lavori domandano sempre più spesso perché queste cure non sono accessibili in Italia e in Occidente in generale se tutti sono convinti che questa strada sia il futuro prossimo della medicina.
Vediamo di tentare di spiegare il perché di questa situazione.
Dal punto di vista etico Il documento vaticano Dignitas Personae premette che la ”terapia genica” e’ ”in linea di principio moralmente lecita”, nei limiti di ogni altra terapia medica, ovvero se si evita l’accanimento terapeutico. Tuttavia, il Vaticano mette in guardia nei confronti di chi vuole migliorare o potenziare la ”dotazione genetica” di una persona, perché tali manipolazioni favorirebbero ”una mentalità eugenetica” e introdurrebbero ”un indiretto stigma sociale nei confronti di coloro che non possiedono particolari doti”.
Riguardo l’uso terapeutico delle cellule staminali, sono definite lecite quelle metodiche che non procurano un grave danno al soggetto da cui si estraggono e quindi nel caso di prelievo dai tessuti di un organismo adulto, dal sangue del cordone ombelicale al momento del parto, dai tessuti dei feti morti di morte naturale.
Da parte della Chiesa quindi “si nutre una più che giustificata perplessità sulla tecnologizzazione delle fasi dell’inizio della vita, esprimendosi con ottimi motivi contro la manipolazione dell’embrione, la sua clonazione per qualsiasi scopo.” Non divieti ma un appello a considerare fondamentale la dignità della persona umana.
Veniamo ora ai problemi legati al discorso economico. La prima cosa da sottolineare è che le cellule staminali, a differenza dei medicamenti, non sono un prodotto brevettabile per cui non vi è un’interesse di sviluppo da parte dei grandi gruppi farmaceutici. Proprio in questi giorni la Corte Suprema tedesca ha sottoposto alla Corte Europea di Giustizia un caso controverso di disputa riguardante il diritto di brevetto sulle cellule staminali embrionali umane. Il caso, che riguarda una patente di utilizzo di queste cellule, ha avuto inizio nel 2004. La patente, richiesta alle autorità tedesche fin dal 1999, certifica determinati metodi e procedure di laboratorio per le cellule staminali embrionali umane, che in Germania possono essere utilizzate per scopi di ricerca.
Il secondo aspetto riguarda la perversa triangolazione tra Aziende, Centri di ricerca e Associazioni di pazienti.
”Il conflitto di interesse nella ricerca è una condizione e non un comportamento nel senso che essendo essa finanziata dall’industria ne viene anche condizionata, spesso in maniera inconscia”. La questione riguarda la maggior parte dei ricercatori biomedici, come testimoniato da uno studio comparso sul Jama (the Journal of the American Medical Association) nel 2003, condotto su 789 articoli tratti dalle maggiori riviste mediche. Ne risulta che ben un terzo degli autori più importanti ha degli interessi economici nella propria ricerca, ad esempio perché sono le case farmaceutiche a finanziarla. Queste ultime hanno avuto storicamente una grande importanza, visto che quasi tutti i nuovi farmaci degli ultimi cinquanta anni, a cui si deve la trasformazione della medicina, sono stati prodotti da loro. Ma gli interessi delle aziende, dei medici, dei pazienti e dunque delle riviste non sempre coincidono. Un’azienda farmaceutica ha tutto l’interesse a fare assumere ai pazienti un proprio farmaco pur sapendo che un altro potrebbe essere migliore.
Le Associazioni di Pazienti ricevono spesso donazioni dalle stesse Aziende che sponsorizzano i Centri di ricerca a loro volta sostenuti dalle stesse Associazioni che sopravvivono grazie ad un ruolo sociale riconosciuto dal sistema.
In pratica il tutto si inserisce in un meccanismo istituzionale che tende a perpetuare il suo status quo difendendosi paradossalmente dal pericolo di cambiamento derivante da una nuova prospettiva del problema realizzabile attraverso un’innovazione.
Il grosso del dibattito viene allora spostato sulle pubblicazioni scientifiche.
Queste ultime, che sono il mezzo attraverso cui viene divulgata la scienza medica a volte contengono “poca scienza”. Negli ultimi anni sono state criticate per aver pubblicato degli studi scientificamente deboli, in quanto le loro conclusioni non erano supportate da un metodo e dai dati, ed erano irrilevanti per i medici, e in definitiva per i pazienti In secondo luogo, secondo l’ex direttore del BMJ, è da rivedere il sistema di certificazione della peer review – la cosiddetta “revisione dei pari” – ovvero la richiesta ai “pari” degli autori degli studi scientifici di rivederli criticamente prima della pubblicazione- è un processo da riformare, in quanto “fa acqua da tutte le parti”. Lo ha dimostrato, ad esempio, lo stesso British Medical Journal, che ha dedicato all’argomento ben 5 congressi internazionali. Spesso i revisori non si accorgono degli errori presenti nelle ricerche. Da un recente studio condotto su 300 di essi, ai quali era stato sottoposto un testo di 600 parole contenente 8 errori, è emerso infatti che nessuno è stato in grado di individuarne più di cinque, che il 20% non ne ha riconosciuto addirittura nessuno, e in media ne sono stati individuati soltanto due. Eppure gli editori continuano ad essere convinti che abbia un valore inestimabile.
A questo proposito va però sottolineato che il 13 ottobre 2009, i direttori di tutte le riviste dell’International Committee of Medical Journal Editors (ICMJE) hanno pubblicato simultaneamente un editoriale che detta le nuove regole per la dichiarazione dei conflitti di interesse degli autori. Sono norme severissime che prevedono l’esplicitazione dei legami finanziari degli autori con enti commerciali che possono avere qualsiasi interesse nel lavoro da pubblicare fino ai 36 mesi dalla data della presentazione del manoscritto. Dai regali, agli onorari, ai rimborsi per viaggi e soggiorni, all’eventuale pagamento o aiuto all’autore (o all’istituzione di appartenenza) per il lavoro presentato, da parte di un ente esterno (es. sussidi, monitoraggio dei dati, disegno dello studio, preparazione del manoscritto, analisi statistica, ecc.), fino a qualsiasi legame finanziario simile che coinvolga il coniuge o i figli minori di 18 anni. Ma anche i rapporti rilevanti non finanziari (personali, professionali, politici istituzionali, religiosi o altri) che un lettore dovrebbe conoscere rispetto al lavoro pubblicato.
In conclusione possiamo quindi ritenere corretto quanto pubblicato su Le Scienze di agosto 2009 che, per bocca di due autorevoli scienziati quali Olle Lindvall e Insoo Hyun, afferma che “per orientarsi in questi casi si può attingere dall’esperienza di altri settori i cui progressi esulano dai trial clinici, come la chirurgia” e che “il giudizio sui viaggi della speranza che riguardano le staminali andrebbe rivisto” e, aggiungiamo noi, considerato come possibile e legittimo tentativo di migliorare la situazione di molti pazienti.

Cosa sappiamo davvero sul complesso e affascinante mondo delle cellule staminali?

Poco, l’unica cosa che possiamo dire è che le stesse sono la causa di tante polemiche e di numerosi dibattiti che spesso non fanno altro che confondere il lettore.

Quasi quotidianamente ci vengono annunciati successi strepitosi nel campo della ricerca e delle possibili cure che spesso non sono altro che ripetizioni e aggiornamenti di cose già conosciute. (continua…)

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By: Andrea Mazzoleni
18
dicembre
2009

L’evoluzione dell’essere umano, nonostante l’affascinante interpretazione teorica di Charles Darwin del quale quest’anno si festeggiano i 200 anni dalla nascita, rappresenta pur sempre qualche cosa di misterioso. La dimensione ancora nascosta di questa evoluzione è riferibile alla nascita e sviluppo della coscienza. (continua…)

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By: prof. Alessandro Bertirotti
4
dicembre
2009

Si può diventare “grandi uomini o donne”? E cosa significa diventare tali?
Due domande che spesso ci facciamo, che sono più frequenti quanto siamo più acerbi di età, nella speranza che il “tempo” che abbiamo a disposizione per “diventare qualche cosa o qualcuno” sia sostanzialmente infinito. Poi, quando si oltrepassa una soglia cronologica di anni, che possiamo definire critica, come lo sono spesso molte tappe nella vita delle persone, ci si rende conto che il “tempo” sfugge e scorre malgrado la nostra volontà e i nostri desideri.
Penso che via sia una condizione antropologica che veicola queste due domande.
Per diventare un grande individuo, è necessario che si verifichi una situazione importante nella vita, che favorisce la formazione di un atteggiamento mentale di pari importanza: bisogna cono-scere il dolore, senza del quale non si giunge alla comprensione degli altri. Questo tipo di cono-scenza non ha nulla a che vedere con l’idea di una sublimità del dolore, che rivela invece una sorta di masochismo esistenziale in grado di procurare il benessere in cielo. Non sto facendo un discorso metafisico e non mi sto dunque riferendo ad un concetto confessionale, tipico di qualche rituale e/o teologia. Sto cercando di valutare il ruolo evolutivo di un elemento di vita, il dolore, che, in quanto tale, non possiede giustificazioni o perché, ma è presente in molte situazioni di vita.
Inoltre, il dolore al quale mi sto riferendo, non è legato alla sofferenza fisica, cioè ad una dimen-sione prettamente fisiologica, ma ad uno stato che incide sul benessere fisico anche se ne dipen-de. Sto parlando di quel dolore interno alla propria coscienza che si avverte quando non si hanno più parole di fronte ad un vero e proprio crollo personale. Può trattarsi di un insuccesso nella car-riera, in amore, nei confronti di un progetto che magari coinvolge anche altre persone. In tutti questi casi, è un crollo che determina la valutazione attenta della realtà anche umana attorno a se stessi, delle proprie forze e desideri. Si tratta di un crollo esistenzialmente drammatico, ma peda-gogicamente anche utile, nel caso si riesca a ridefinire la propria posizione nel mondo, e dunque anche le aspettative che si nutrono verso di esso.

Si può diventare “grandi uomini o donne”? E cosa significa diventare tali?

Due domande che spesso ci facciamo, che sono più frequenti quanto siamo più acerbi di età, nella speranza che il “tempo” che abbiamo a disposizione per “diventare qualche cosa o qualcuno” sia sostanzialmente infinito.

(continua…)

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By: prof. Alessandro Bertirotti
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