Quante volte ci siamo sentiti dire: “Dai, su! Per favore, cerca di ragionare con la tua testa”!
E noi, senza ben capire cosa mai volesse dire una frase simile, siamo rimasti in silenzio, forse pensando che il “ragionare” nostro dovesse avere qualche cosa di sbagliato quando si poteva riferire ad altri individui. Queste frasi, di cui probabilmente sono ricche le esperienze dei giovani e dei meno giovani, non vogliono sostanzialmente dire nulla, e colui che le pronuncia, non essendo d’accordo con colui che le riceve, non sa in effetti come togliersi d’impaccio.
Tutte le persone di questo mondo pensano necessariamente con la propria testa, ma il grado di efficacia di un pensiero non si misura ponendolo in relazione con il grado di autonomia di contenuti che tale pensiero dimostra di possedere rispetto agli altri individui. Inoltre, è vero che ogni persona gode di una certa autonomia nella formulazione dei propri pensieri, ma questa autonomia è però soggetta all’utilizzo di una lingua, oppure di codici linguistici molto diversificati (musica, scultura, danza, pittura, linguaggio parlato e gesti), essendo questi, in qualche modo, il frutto di un contatto continuo con ambienti specifici, che appunto scelgono di utilizzare un codice comunicativo a scapito di altri meno praticati.
Ancora, per ben nove mesi siamo stati tutti viventi nella pancia della madre e siamo stati, per questo,soggetti ai cambiamenti sia umorali, posturali che comportamentali della nostra genitrice.
In sostanza dunque, il nostro cervello, che nel suo funzionamento produce ciò che è chiamata comunemente mente, produce pensiero che conserva un certo grado di autonomia, perché legato alla biografia personale di colui che lo esprime, che è però in relazione con l’ambiente culturale all’interno del quale quello stesso pensiero è compreso.
Quando questa relazione diventa una situazione sociale allargata, ossia compartecipata da più individui, scaturisce quella che si definisce mentalità. La partecipazione di più individui ad una stessa visione delle cose, del mondo, della famiglia, dell’amicizia, dell’economia produce pensieri autonomi circa questi temi, ma pensieri che sono in qualche modo accettati, condivisi e compartecipati dal gruppo. Da quando si nasce sino all’età di circa diciotto anni si apprendono i significati ed i contesti di condivisioni che fanno parte del particolare ambiente nel quale si cresce. Quando questo processo di acquisizione raggiunge un livello accettabile di destrezza cognitiva, ossia quando un individuo padroneggia i codici imparati e che caratterizzano la cultura nella quale vive, egli stesso comincia a formulare pensieri che possono discostarsi da quelli della comunità di individui nella quale ha imparato ad utilizzare i codici stessi. Questo tentativo di autonomia inizia durante l’adolescenza e serve ai giovani proprio per misurare le proprie capacità di “muoversi in terreni di pensiero più autonomi”. È un momento delicato in cui diventa importante che l’adolescente abbia la possibilità, se e quando vuole, di ritornare nell’ambiente in cui il suo pensiero autonomo può essere ricondotto all’utilità se si rivela ai suoi stessi occhi come fallibile.
L’Antropologo della Mente studia proprio i meccanismi attraverso cui ogni pensiero autonomo è invece parte costitutiva della cultura, ed inserisce questi procedimenti cognitivi all’interno di una visione evolutiva dell’umanità intera. Ogni individuo riceve, come è ovvio credere e considerare, dall’ambiente esterno molto di più di quello che egli inizialmente è in grado di dare. Le cose cambiano man mano che si cresce, cioè quando ci si ritrova in una situazione adulta in cui diventa necessaria la “reciprocità” e si è in grado di dare più di quello che si continua a ricevere. E alla fine dei nostri giorni ritorniamo punto a capo: siamo quasi solo pronti a ricevere e poco sappiamo dare, se non il silenzio della saggezza o qualche minima parola che in sintesi dica ciò che una volta necessitava di intere proposizioni…
Questa rubrica nasce proprio con lo scopo di stabilire un dialogo, un confronto, con tutti coloro che vogliono esprimere un pensiero autonomo, dando una parte di se stessi agli altri, e che si rendono però conto di vivere in un sistema sociale e culturale che in qualche misura può cambiare il pensiero autonomo stesso.
Questo cambiamento si chiama esperienza.
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By: prof. Alessandro BertirottiLascia un commento
16 commenti a: “Perchè una Rubrica tenuta da Alessandro Bertirotti”
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como siempre..genial¡¡
baci¡
Una sentenza emessa dalla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo sostiene che il crocifisso appeso nelle aule scolastiche sia una violazione della libertà dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni e della libertà di religione degli alunni. Inevitabili gli scontri tra la Chiesa e chi, invece, osanna la laicità dello Stato e delle istituzioni scolastiche. Penso che un’interessante soluzione a difesa del “pensiero autonomo”, lontano da dogmi preconfezionati, possa essere il mantenimento del crocifisso ma la sostituzione dell’ora di religione cattolica con una di storia delle religioni. Lei che ne pensa?
Carissima Maria,
ho appena scritto una nota su fb, nel mio profilo, circa la questione della sentenza della Corte europea e La invito dunque ad andare a leggere la posizione che ho assunto sulla vicenda. Detto questo, la domanda che Lei mi pone riguarda anche una mia opinione circa “cosa dire” durante l’ora di religione cattolica, prevista dal Concordato fra lo Stato italiano e la Santa Sede. Sono molti i colleghi che, laureati in filosofia, oramai da anni durante l’ora di religione cattolica affrontano il tema delle altre confessioni. Ritengo che la cosa sia utile, quando affrontata con serietà di studio, da parte dei docenti. E’ anche vero che i cattolici, tranne qualche caso assai raro, non hanno mai letto la Bibbia, come hanno studiato poco le altre religioni. La situazione in Italia è molto complessa e credo che, nei confronti di un tema di questo genere, si debba essere molto cauti nella decisione di affidare l’insegnamento di una qualsiasi informazione confessionale a un qualsiaisi individuo che può aver frequentato qualche corso di teologia. Io, ad esempio, sto studiando Antropologia teologica e sto facendo una notevole fatica a comprendere che molto probabilmente le diverse religioni hanno una matrice comune antropologica, proprio perchè legate tutte ai limiti della natura umana. Circa quello che Lei dice in riferimento al “preconfezionato”, non esiste nulla al mondo che non lo sia, allo stato attuale dell’evoluzione storica e biologica dell’umanità… Forse, quando eravamo australopitechi, potevamo decidere una diversa forma di pre-confenzionamento… ma avremmo comunque e pure sempre confezionato qualcosa. L’Homo, come Lei sa, è “faber”, cioè costruisce tutto, anche quello che non vede ma vuole, oppure quello che ama e ricerca…
Trovo questa rubrica molto interessante. Penso sia di fondamentale importanza sviluppare un pensiero autonomo, al di là delle nozioni che apprendiamo fin dalla nascita e che ci accompagnano per tutta la vita. Ecco perchè condivido la sua opinione, circa il fattore dell’ “esperienza”, che è poi quella condizione sine qua non che permette ad ogni individuo di essere unico.
Di getto direi che sono d’accordo con la posizione di Maria riguardo il cambiamento in storia delle religioni, della tanto vituperata ora di religione cattolica.
Ma vorrei proporre un ulteriore punto di vista, e porto un esempio personale. Io non sono credente del cattolicesimo, eppure vedere il crocifisso in classe a scuola non mi ha mai procurato nessun fastidio.
Io credo (scusate il gioco di parole) che l’ignoranza del popolo italiano sia il non voler accettare davvero che ci siano anche altre persone, con diversi pensieri, e soprattutto diverse religioni praticate.
Si dice che il cervello umano venga utilizzato “solo” al 10% del suo potenziale, e io dico, meno male! Perchè già così l’uomo è di natura discriminatorio, cattivo, poco propositivo verso il prossimo (cosa che invece nella Bibbia fa parte delle fondamenta del cristianesimo), figuratevi se arrivassimo all’11 percento.
Perchè parlare di numeri? Semplicemente perchè siamo tutti una gran massa di para…, mi ci metto di mezzo pure io. A parole spesso siamo davvero coscenziosi verso l’altro, ma pongo una questione: non riusciamo ad accettare il vicino di casa, davvero pensiamo di essere in grado di avere altre religioni in casa? Mi riferisco ai cattolici. Perchè quelli che lo sono fino al midollo se le chiedono queste cose, diventando perlopiù delle volte, bigotti.
Non vado avanti a scrivere solo perchè spero di trarre altri spunti di riflessione, le conclusioni le rimando ad ulteriori risposte, grazie.
Carissimi,
sono un cattolico convinto ma non bigotto, sono politicamente molto impegnato e mi ispiro alla tradizione popolar-riformista di Don Sturzo e Moro…
detto questo credo che il Crocifisso non possa essere regolamentato da nessuna legge o regolamento. Lasciamo che sia un sentire spontaneo di chi è nelle classi a decidere sulla sua collocazione. Da buon cristiano e cioè da buon amante della solidarietà e della fratellanza tra TUTTI gli uomini credo si possa tranquillamente lasciare il Crocifisso in classe e magari affiancarlo con i simboli delle altre religioni rappresentate nella stessa. qual è il problema?in fondo il Cristo era proprio questo che chiedeva: vivere insieme senza lottare…
Ma soprattutto non ne facciano una battaglia propria i nemici di Cristo, chi bestemmia, chi non crede..il Crocifisso è di tutti coloro che lo amano e lo ritengono strumento di redenzione profonda, Cristo non voleva diventare strumento di battaglie nazionaliste,ma di FRATELLANZA!
ODIO chi finora non se n’è fregato nulla e ora lo sta usando come scusa per battaglie razziali, etniche e politiche, vergogna!
L’Italia è un paese di tradizione cattolica…e un Crocefisso appeso al muro, non penso faccia male a nessuno. Ed è certamente meglio delle numerose frasi indegne e delle volgari parolacce che puntualmente compaiono come scritte sui muri delle scuole e che si vedono per strada nelle nostre città.
i problemi sono più semplici secondo me. Nella società moderna non c’è più tempo per pensare e quindi per formulare un pensiero autonomo.
Ci viene tutto già preparato e suggerito. Oramai anche i pensieri le ideologie sono mercificate e oggetto di marketing.
Così come un blog non potrà mai sostituire una chiacchierata davanti a una birra di notte.
Un blog non potrà mai sostituire una birra di notte.. ma è anche vero che attraverso Internet, oltre ad immense stupidaggini, viaggiano anche contenuti di spessore come questo. Così chi come me, come te, decide di passare una serata davanti al fidato schermo del proprio pc invece di uscire, perlomeno ha un altro mezzo per esprimere liberamente la propria opinione. E sviluppare una buona dose di coscienza critica e pensiero autonomo..
Carissimi tutti,
innanzi tutto vedo che l’iniziativa di ragionare assieme e secondo la prospettiva antropologica piace a tutti voi e questo mi lusinga e mi stimola ancora di più nello studio personale… In effetti, e purtroppo sono molti, i colleghi universitari che si parlano addosso non permettono una vera circolazione delle idee che loro stessi vogliono, peraltro, far circolare…
Veniamo a noi. Sono molte le considerazioni che avete fatto e che meritano di essere, in qualche modo, considerate una per volta.
Inizio da Fondo.
@Maria Sanna: grazie carissima di questa approvazione, perchè ritengo che, come tutti gli strumenti che la nostra specie ha inventato nel corso della propria evoluzione, essi siano utili in sè, altrimenti non sarebbero apparsi e valutati come invenzioni nell’evoluzione stessa. Come al solito, come avvenne negli anni ’50 con la televisione in Italia, si tratta delle motivazioni all’uso che condizioni l’uso stesso di uno strumento. Ma queste motivazioni sono presenti anche nelle relazioni sociale umane non cosiddette virtuali, perchè, come sappiamo, sono molte per persone che “utilizzano” con motivazioni prettamente “funzionalistiche” sia l’amicizia che l’amore, ad esempio…
@Daniele:
“Lasciate tranquilli quelli che nascono,
lasciate spazio perchè possano vivere,
non preparate loro tutto pensato,
non leggete a tutti lo stesso libro,
lasciate che siano loro a scoprire l’alba
e a dare un nome ai loro baci”
Pablo Neruda.
Come vedi, la pensi esattamente come il grande poeta! Hai ragione. Sembra che vi sia una tendenza generale, come dicevo ieri alla presentazione di alcuni miei testi e teorie, che ci sia una “nascosta volontà” di anestetizzare le capacità cognitive dell’umanità intera, come se facesse oramai completamente paura quel pensiero autonomo che, anche se tale, può essere condiviso perchè comunque frutto di una umanità biologicamente molto più simile rispetto alle presunte differenze culturali. Ci sono le differenze culturali e devono esserci, perchè esse sono sempre legate alla geografia che le ospita e alla storia che le ha rese tali. Ma non si dovrebbe confondere la “contingenza” della vita, che non può che essere tale per i limiti fisiologici della nostra mente, con la pretesa di una univeralità di pensiero… Riprenderò questo discorso in riferimento alla questione del Crocefisso…
@Ines, sono d’accordo con la questione delle scritte, nel senso che quando diventano espressione di offesa verso il passato artistico, rappresentato dalla Storia dell’Arte italiana e mondiale, non possono essere nemmno considerati “graffitismo”, che, come sai, è una vera e propria corrente artistica contemporanea. Penso che anche i luoghi abbiamo un profondo significato sia culturale e sociale, e che le emergenze architettoniche di ogni luuogo, come quelle naturali, debbano essere rispettate, anche per il solo fatto che sono espressioni di vite umane che ci hanno preceduto… Non ne sto dunque facendo una questione estetica, ossia qualcosa che debba essere legato al concetto assolutamente mutevole di “bello”, ma una questione biologica di rispetto di qualsiasi vita umana… Detto questo, anche il Crocefisso può essere considerato nello stesso modo: artefatto che evoca una persona umana, che per alcuni individui era anche Dio e per altri solo un individuo… Faccio riferimento al Cerintianesimo, come idea definitca eretica dei primi secoli, oppure la concezione più conosciuta dell’arianesimo.
@Antonello,
la tua idea è quella su cui, dal mio punto di vista, varrebbe la pena discutere con attenzione e magari organizzando un vero e proprio incontro-convegno. Trovo che quello che dici porterebbe all’ipotesi di chiedere, con un referendum, esattamente quello che la popolazione italiana, in percentuale democratica, vuole nei confronti dell’utilizzo dei simboli in generale, specialmente quelli legati all’idea di una dimensione trascendente.
@Graziano,
trovo anche il tuo intervento interessante e degno di essere considerato attenntamente. Tu, sostanzialmente affermi quattro importanti concetti che riassumo e commento:
1. Il crocefisso presente in aula non ti ha mia dato fastidio. Trovo questa considerazione assai matura, non nel merito, ossia per il fatto che non ti ha mai procurato fastidio, ma perchè, nella liberta della cognizione umana si opera sempre una selezione della percezione. Tanto è vero che a coloro che invece dà fastidio è perchè si concentrano su quel simbolo che per loro non deve esistere. Affermando questa necessità è vero che invece per loro tale simbolo “insiste” nella loro vita in mondo negativo;
2. Il popolo italiano non accetta il diverso religioso, come peraltro non accetta altre diversità. Se non erro dici questo, ed hai ragione anche qui. Non dimenticare però che la Costituzione italiana è stata emanata nel 1948 e che l’unità della nazione avviene dopo il 1860. Non siamo mai sati come Francia oppure l’Inghilterra, ossia delle monarchie nazionali, senza contare la Magna Charta medievale inglese nella quale i Diritti Umani erano di certo già promulgati come patrimonio cui tendere tutti e comuni. L’Italia è quella feudale, dei Comuni e dunque delle Signorie, con tali divisioni che emergono sempre, anche quando crediamo di aver abbandonato quel vecchio stile di vita. Dobbiamo, dal mio punto di vista antropologico, attendere ancora molto e forse, visto quali sono le espressioni politiche attuali, prima che vi sia un’unità nazionale. Questa unità ci porterrebbe ad essere più tolleranti, perchè per crearla dovremmo essere divenuti noi stessi, all’interno di noi stessi, decisamente tolleranti;
3. Il cervello viene utilizzato al 10%. Falsa informazione è la tua. Non è il 10% che utilizziamo, ma è il 10% quello che riusciamo a registrare del funzionamento del cervello! Cosa assolutamente diversa. E’ anche vero però, che la sicenza occidentale ha paura dell’Oriente. Pensa che qualche anno fa il Dalai Lama chiese che fosse monitorata l’attività del suo cervello con elettrodi, a New York e da scienziati dell’Accademia delle Scienze, quando era in grado di meditare e sviluppare capacità cosiddette paranormali. 50 scienziati firmarono uno scritto con il quale si rifutavano di farlo… Non si sa il perchè;
Al tuo quarto punto ho risposto.
@Giulia,
grazie della tua approvazione e spero di leggerti ancora…
Circa la questione del Crocefisso ritengo che si debba aprire un confronto sereno, pacato ed equilibrato sulle esigenze che la società attuale italiana, e dunque la sua cultura, sta esprimendo. Ritengo altresì che la questione del Crocefisso sia da inquadrarsi all’interno di atteggiamenti generali “anestesia cognitiva” nella quale stiamo da anni cadendo, per volontà dei media. Cio’ che la sentenza ha fatto di buono, sempre dal mio umile punto di vista antropologico, è quello di dire: voi, Italia, non siete stati in grado di affrontare la questione come una questione socio-culturale emergente, ed io vi costringo a pensarci con questa sentenza. Voi, Italia, che volete annullare ogni forma di rappresentanza minoritaria in politica in nome dei partiti più numerosi, dovete invece tenere conto che il “pluralismo” è una questione evolutiva importante anche nella considerazione delle minoranze. Voi, Italia, dovete ritornare a discutere di cose un poco più importanti, come il ruolo dei genitori, se lo hanno ancora; quello dei giovani adolescenti oppure giovani-adulti nel loro portato di innovazione e progetti; quello dell’affettività che sembra essere confusa solo con il “piacere”; ed altro ancora… La questione del Crocefisso è un invito a riportare la nostra società a chiedersi con forza, non ogni tanto, e costanza “quale senso ha vivere qui, e tutti insieme”.