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DON’T DREAM YOUR LIFE…

LIVE YOUR DREAMS

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13
novembre
2009

Andiamo a scuola, impariamo tante cose, tante discipline che spesso ci appaiono lontane dalla nostra vita quotidiana. Solo relativamente tardi nel processo di crescita biologica e culturale ci rendiamo conto di aver imparato anche cose che possiamo amare.

Solo dopo aver trascorso molti anni, durante i quali ci siamo chiesti più volte a cosa potessero servire Dante, Piero della Francesca e Schöenberg, arriviamo a sorprenderci di fronte ad una poesia, appresa molti anni prima, ma capita solo ora.

Che cosa accade nel nostro cervello, che ci permette di recuperare emozioni inespresse da giovani e che ora, quasi coraggiosamente, abbiamo la voglia di provare? Perché abbiamo vergogna di cantare quando un docente universitario ce lo chiede (quello che ci è accaduto durante le lezioni di Analisi musicale che abbiamo tenuto presso la Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Firenze negli a.a. 2004-2007), ma lo facciamo ad una festa tra amici, in discoteca, oppure in auto quando viaggiamo in serenità accanto al nostro amore? Perché abbiamo bisogno di emozionarci, lo facciamo e ce ne vergogniamo?

Le esperienze emozionali sono, quasi per tutti gli esseri umani, il motivo principale per il quale ci si avvicina alla musica. Gli studi in materia tradiscono però un carenza evidente, e forse questo ritardo può essere spiegato nel seguente modo.

In primo luogo, vi è una effettiva difficoltà a studiare le emozioni in laboratorio e, in secondo luogo, una visione forse distorta della scienza cognitiva, ha fatto perdere le speranze di giungere a risultati importanti. In terzo luogo, manca ancora un substrato comune ai diversi approcci scientifici e le varie teorie sono a volte contrastanti.

Infine, lo studio delle emozioni e della loro fruizione attraverso l’esperienza musicale risente di un paradigma accademico distorto. In alcuni ambienti accademici, e non solo, si ritiene che la musica (quella spesso associata al sostantivo vera) debba essere ascoltata silenziosamente e rispettosamente. In altre parole, l’ascolto della musica richiederebbe una consapevolezza contenutistico-formale, certamente prerogativa di pochi esperti, rispetto ad un suo utilizzo quotidiano, più concreto e distratto che rispecchierebbe maggiormente la realtà.

Si chiedono N. Juslin e J. Sloboda:

“Perché la musica induce emozioni nell’ascoltatore?

Le emozioni di cui facciamo esperienza in relazione alla musica, sono differenti rispetto alle emozioni che proviamo nella vita di ogni giorno? Perché differenti pezzi di musica sono associati a emozioni differenti?”

Gli esecutori sono in grado di comunicare emozioni specifiche agli ascoltatori?!”
(Juslin N., Sloboda J., 2005:6).

Sarebbe interessante sapere il Vostro pensiero in merito alle domande che i due ricercatori pongono.

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By: prof. Alessandro Bertirotti

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5 commenti a: “Amare per conoscere”

  1. Maria: 19 novembre 2009 | 20:29 |

    A scuola c’è il Conoscere per amare, poi arriva l’Amare per conoscere. Perchè senza un effettivo collegamento con la realtà di tutti i giorni, e le quotidiane emozioni, è difficile apprezzare uno scrittore, un musicista, un artista. Volendo provare ad offrire una risposta ai quesiti che lei propone, penso che la musica induca emozioni perchè riesce ad esprimere ed appalesare sensazioni, sentimenti e pensieri già presenti nell’ascoltatore. E’ questo il merito degli artisti in generale: riuscire a rendere esprimibile l’inespresso dei molti.

  2. Alessandro Bertirotti: 21 novembre 2009 | 21:10 |

    Carissima Maria,
    in effetti il mio stimolo intellettuale, riferibile all’Amare si basa sull’eliminazione della differenza fra il senitre, l’emozionale, e il cosciente razionale. Io credo che durante il processo dell’innamoramento, anche secondo parametri di alterazione della realtà, in seguito alla tempesta ormonale in atto, si metta comunque in azione, e più profondamente, un processo cognitivo che permette l’inizio di una conoscenza più impegnativa. Non mi riferisco ovviamente alla questione fisica dell’attrazione, ma al processo più unitario del coinvolgimento fisico-mentale… In quest’ottica, la mia visione è identica alla sua, in nome della definizione che attribuisco al termine innamoramento ed amore. Per quello che concerne le sue risposte ai quesiti che ho posto, sono decisamente d’accordo con Lei ed in pieno. Infatti, parlo di “attivazione delle disposizioni a termine cognitive” che si organizzano in ogni mente umana, e anche sotto forma culturale di “mentalità”, che appunto si possono innescare con l’arte in genere. L’arte diventa dunque uno strumento attivatore di ciò che già è presente nel fruitore.

  3. simonetta bumbi: 21 novembre 2009 | 22:35 |

    ricordo, quando mia figlia era neonata, il prof. mi diceva sempre: parlale, parlale sempre, ché fino a tre anni imparerà tutto, poi, poi se non lo hai fatto, non imparerà più niente.
    io a questa cosa qui mica ci credevo, però ho sempre fatto ciò che mi veniva consigliato da chi era sopra di me intellettualmente.
    ho premesso questo, per istinto, e non so se c’entri nulla, ma lui, il mio istinto, ha creduto di sì, e così ho fatto.
    credo molto nell’istinto, ché è come la prima immagine che hanno i neonati, come i cuccioli, e loro capiscono da lì chi sarà sua “madre”. si memorizza, forse, per istinto.
    leggendo il titolo, e poi tutto il resto, la riflessione che mi è venuta, è stata che non poteva essere altrimenti, quel titolo, ché messo diversamente, avrebbe cambiato l’effetto da ricevere. è vero, quando dici che si va a scuola per imparare, e imparare anche ad amarle, ma ci sono personaggi che hanno il rifiuto, della scuola, e allora qui mi vengono dei dubbi. non tutti siamo caratterialmente uguali, forse si potrebbe dire per fortuna, ma tutti hanno per carattere l’istinto, ed è lui, a mio avviso, che guida verso il bene o il male.
    posso portare la mia povera esperienza personale. ho una sorella, e lei piaceva imparare, ma non amava nessuna materia, e più imparava e più diveniva “fredda”, specialmente con ciò e chi la circondava. cresceva in lei uno stadio di superiorità, a volte anche verso i professori, e poi in seguito verso il suo prossimo. credo che debba ringraziarla, per questo cattivo insegnamento, perché mi ha dato modo di “studiarmi” proprio attraverso la diversità d’approccio verso l’istinto. a me non piaceva lo studio, ero una ribelle, e non concepivo nessun “grado”, ma, contrariamente a ciò che dicevo il mio pensiero sui gradi, istintivamente portavo rispetto all’essere umano che avevo di fronte. credo che l’amore, di qualsiasi natura esso sia, è dentro di noi, ed è lui, che ci aiuta al volere della conoscenza. io non so, cosa accadeva e accade nel mio cervello, ma sento che è strettamente collegato al sentimento dell’amore da sempre. noi siamo tutti potenziali scienziati o idrulici, non importa, ma se poi diveniamo scienziato o idraulico è grazie a quell’amore che già esiste che ci fa seguire quella strada invece di un’altra. pensando alla frase letta, e cito “Perché abbiamo vergogna di cantare quando un docente universitario ce lo chiede…ma lo facciamo ad una festa tra amici, in discoteca, oppure in auto quando viaggiamo in serenità accanto al nostro amore? Perché abbiamo bisogno di emozionarci, lo facciamo e ce ne vergogniamo?
    “. ecco, ho subito pensato: non è perché ci vergognamo, ma perché è stato chiesto.
    l’emozione, credo, sia uno stato dell’istinto, e non può andare a comando. certo, se poi si parla di lavoro, allora le cose cambiano, ma anche qui se non c’è di base l’amore per quel tipo di lavoro, lo si farà controvoglia, se non addirittura male.
    pensando alla musica, sorrido. io vivo di musica, da sempre. la musica sa toccare tasti, senza sfiorare nessun sacrificio, e non abbisogna di molta attenzione, ché lei entra, ed entra come il fumo nelle fessure, ma sa sfondare anche i cuori più duri. scientificamente parlando, non saprei dare dei nomi appropriati, ma sicuramente è una medicina, e la si prende senza aprire la bocca, ma lascia segni anche sulla pelle, ché chi sa ben ascoltare, si accorge che le vibrazioni percepite, oltre a passare per l’udito, entra anche attraverso i pori, ché i brividi che si avvertono, non sono dovuti soltanto alle emozioni provate.
    mi fermo qui, anche se sarei stata capace di scrivere per ore, però, queste mi ore, istintivamente, sarebbero andate fuori tema, come già ho fatto. e di questo ve ne chiedo scusa, ma ho scritto di getto, quindo non cancello né rileggo.

    con stima

    simonetta bumbi

  4. Marco: 22 novembre 2009 | 15:08 |

    Nella nostra vita piano piano riusciamo a prendere coscienza di noi e del mondo; questo grazie alla nostra conoscenza della vita ed della scoperta di chi come noi ha preso coscienza di ciò che lo circonda; da questo derivano le nostre emozioni.
    Tendiamo ad aver paura di mostrare queste nostre emozioni; che manifestiamo solo i luoghi e a persone che le condividono.
    Un’emozione non può essere forzata come in una lezione a meno che la lezione non sia una lezione, ma una condivisione di questa emozione che scaturisce dalla musica.
    La musica emoziona perchè sono emozioni trasformate in suoni.
    A volte la musica è l’input che riporta alla luce emozioni sopite.

  5. Alessandro Bertirotti: 25 novembre 2009 | 19:17 |

    Carissimi Simonetta (che ho imparato a conoscere leggendo il suo testo “IoStoConLeTartarughe”… ottimo) e Marco,
    posso tranquillamente dire che sono d’accordo con voi, anche se con qualche distinguo dal punto di vista scientifico sulla formazione, il ruolo e la funzione delle emozioni nel’identità della persona ed in riferimento allo sviluppo della Specie Homo. La questione dell’istinto è letteralmente legata alla amigdala, parte del cervello limbico umano dedicato alla ricezione dei dati esterni ed interni al proprio corpo e dunque alle emozioni. E’ però vero che la gestione corticale delle emozioni, ossia la possibilità di nominarle, cantarle, disegnarle, danzarle e scriverle dipende dai condici culturali che meglio le singificano. Ossia senza espressione codificata, di qualsiasi tipo essa sia, l’emozione esiste come “reazione naturale all’alterazione dell’equilibrio omeostatico umano”, ma non è gestita razionalmente. Quando accade questo, l’assenza di gestione corticale e dunque semantica dell’emozioni, possiamo avere a che fare con geni lungimiranti incomprensibili dagl altri esseri umani, oppure con patologie psichiatriche. In entrambi i casi l’emozione fa da padrona ed veicola l’arte, nella sua totalità… Il discorso è relativamente lungo, è trattato nelle mie lezioni ed proprio in quella che tengo il prossimo 27 novembre all’Istituto di Alta Formazione Artistico-musicale di Caltanissetta, di cui potete trovare indicazioni nella home del mio sito… Grazie dei vostri utili commenti!

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